In caso di mancato incontro, il sindacato annuncia la mobilitazione dei lavoratori, che tramite Italia Orofino chiedono atti unilaterali dal governo

Le segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil hanno sollecitato ufficialmente la convocazione del tavolo tecnico per discutere della vertenza Whirlpool, come promesso lo scorso dicembre dal governo. La richiesta è stata inoltrata al Ministero dello Sviluppo Economico da Alessandra Damiani, Fim, Barbara Tibaldi, Fiom e Gianluca Ficco, Uilm, nella giornata di martedì 14 gennaio. Non avendo ricevuto alcuna risposta a tale richiesta, è giunto nel pomeriggio di mercoledì 15 gennaio un comunicato stampa. Se nei prossimi giorni non avverrà l’incontro tra le parti, i sindacati chiameranno di nuovo i lavoratori alla mobilitazione in difesa della piena occupazione e dell’economia reale di un territorio già duramente provato. Un’ora di assemblea è indetta già per oggi, giovedì 16 gennaio, al fine di stabilire azioni con cui sensibilizzare ulteriormente le istituzioni.

L’azienda firma un accordo e non lo rispetta, il governo promette di incontrarci il 20 di questo mese e ad oggi non convoca il tavolo tecnico. Questo silenzio è una mancanza di rispetto per noi lavoratori e cittadini. Se Whirlpool continua con la decisione di chiudere le attività produttive, pretendiamo coi fatti azioni altrettanto unilaterali dal governo“. In queste parole di Italia Orofino emerge “lo stato di malumore avvalorato dagli articoli giornalistici”, come recita il comunicato sindacale del 13 gennaio, che parla di notizie miste a “supposizioni“. Queste ultime per Italia andrebbero chiarite nelle stesse sedi ministeriali in cui si sono siglati i patti per gli investimenti condivisi e di lungo periodo.

L’ipotesi di un allungamento della cassa integrazione per sopperire alla chiusura, annunciata dalla multinazionale per il prossimo 30 marzo e ad oggi mai smentita, non piace al gruppo di operai che presidiano il sito. Temono sia una pillola per addolcire la lenta agonia che li porterebbe alla fine del triennio di investimenti stabiliti dagli ultimi accordi e alla conseguente chiusura del ramo d’azienda o alla sua cessione ad altri imprenditori, di cui forse non si conosce l’identità. “Noi non vogliamo assistenzialismo, vogliamo il rispetto degli accordi ministeriali“, fanno sapere in un messaggio inoltrato assieme all’annuncio di un corteo che tornerà in strada alla fine dell’assemblea odierna.

Alzano la voce dal presidio che da otto mesi non lasciano neppure di notte: “Basta depredare il territorio, garantiamo futuro e lavoro a chi lo vuole e lo sa fare anche bene“. Non è chiaro se il possibile stato di agitazione annunciato dal sindacato riguarderà solo il sito napoletano o anche quelli di altri stabilimenti del gruppo. Che possa andare oltre il ramo partenopeo si intuisce dalla nota sindacale del 15 gennaio, dove si legge: “Se qualcuno spera che a Napoli come negli altri stabilimenti del gruppo vinca la rassegnazione, sbaglia clamorosamente: i lavoratori non possono e non vogliono accettare né la chiusura di Napoli né il progressivo disimpegno della multinazionale dal nostro Paese“.