Il 19 aprile il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, avrebbe ricevuto una lettera in cui Whirlpool rendeva nota l’intenzione di non tener fede agli impegni presi, nell’ottobre 2018, presso il Ministero dello Sviluppo Economico.

A riferirlo è Politico.eu, sito americano di informazione, che non spiega cosa contenga la missiva, né chiarisce se siano riportate le motivazioni che indurrebbero la multinazionale a non voler più investire 17 milioni di euro nel sito campano.

Sin dalle prime ore sono fioccate le richieste di dimissioni. Una delle prime voci fuori dal coro è quella dell’europarlamentare Pd, Andrea Cozzolino, per il quale è, però, importante che Di Maio chiarisca qual è la verità. Gli spunti di riflessione che sarebbe bene chiarire sono tre:

  1. La lettera del 19 aprile informa davvero della volontà di Whirlpool di chiudere lo stabilimento di via Argine?
  2. Davvero, come ipotizzato dall’europarlamentare Cozzolino, i servizi del Ministero sarebbero stati già attivi da aprile nella ricerca di nuovi investitori?
  3. Perché il Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, pur sapendo, se ciò venisse confermato, che Whirlpool non avrebbe più investito 17 milioni di euro in cambio di altri aiuti statali per i lavoratori e lo stabilimento di via Argine, non ha convocato immediatamente un tavolo con le parti sociali?

Gli interrogativi sopra esposti e rivolti dall’europarlamentare Pd meriterebbero una risposta non solo per amor di verità, ma anche per rispetto verso le famiglie dei “lavoratori che rischiano di finire per strada”. Ricordando, però, che oltre ai 430 lavoratori di via Argine, ci sono anche quelli dell’indotto. In realtà, nell’accordo siglato ad ottobre scorso tra Whirlpool, governo e parti sociali, la multinazionale si impegna a investimenti in varie sedi d’Italia in cambio di aiuti da parte dello Stato. Venir meno all’accordo su una sede che è riconosciuta come un’eccellenza vuol dire aprire un precedente che renderebbe lettera morta qualsiasi accordo in sede ministeriale. Anche gli accordi su stabilimenti Whirlpool in altre regioni. È così che la platea dei lavoratori che verrebbero colpiti dalla “lettera del 19 aprile” si allargherebbe. Creando una consuetudine grave.

Saremmo di fronte a uno Stato senza voce e a lavoratori alla mercé di multinazionali che, come dimostra anche Arcelor Mittal, possono scegliere in piena discrezionalità chi e quando mandare in cassa integrazione, venendo meno a impegni assunti prelevando impianti funzionanti per quanto bisognosi di riconversione e ammodernamenti, come l’ex Ilva.

Le dimissioni di Di Maio, a oggi, sembrano una resa dinanzi a un gioco in stile “divide et impera” di cui la “lettera del 19 giugno”, pubblicata dal giornale statunitense, sembra una mossa sullo scacchiere delle trattative. Soprattutto alla luce di quanto accaduto dopo che il ministro del Lavoro aveva annunciato che il disimpegno di Whirlpool avrebbe avuto delle conseguenze, quantificabili negli aiuti statali accettati dalla multinazionale in cambio della continuità lavorativa del sito napoletano. Ne sarebbe seguita una performance poco brillante sui mercati azionari. Secondo qualcuno, questo avrebbe inciso sulla decisione di sedersi al tavolo di crisi al Mise, almeno quanto la compattezza e l’unità di sindacato, lavoratori e partiti.

Se così fosse, le dimissioni di Di Maio sarebbero un indebolimento del fronte unitario, che solo può impedire a una multinazionale di dettar legge a uno Stato, decidendo su chi puntare. E per quanto tempo.

Domenica mattina, 100 lavoratori di via Argine hanno dato vita a un flash mob davanti al Consolato degli U.S.A. con slogan scanditi, striscioni esposti e volantini per i passanti. Su di essi, l’Italia stilizzata e una “x” su Napoli e Campania con la scritta “dal 2015 al 2019 cancellati i siti di Napoli e Campania: 16000 persone ridotte alla fame”. E, ancora, slogan quali: “Whirlpool, sensing the In-difference” e “Noi non siamo una x”, chiaro riferimento alla “x” sulla slide che, in tempi non sospetti, ha fatto capire a ignari lavoratori del sito di via Argine che la multinazionale li considerava parte di un sito da chiudere.

Da lunedì 17 giugno, l’attività lavorativa prevede un pacchetto di 20 ore di sciopero a sostegno delle ragioni sindacali e con un presidio permanente da parte degli addetti non impegnati nei turni di lavoro.