Uniamoci con tutti gli altri lavoratori, in ciò sta la nostra forza“, perché al di là del colore della pelle o della provenienza, “siamo accomunati dallo stesso destino“. Partendo dall’invito di Giuseppe di Vittorio, Aboubakar Soumahoro chiama i lavoratori della Whirlpool all’unità con tutti coloro i quali vivano la medesima condizione di sfruttamento. Cambia il nome dell’azienda, un tempo “monopolio” oggi “multinazionale”, cambia il tipo di lavoro, ma le dinamiche del rapporto lavorativo all’interno del gioco di potere restano costanti ingiuste, per il cui cambiamento è giusto lottare.

Dirigente sindacale dell’Usb, Soumahoro nasce in Costa d’Avorio. Nel 1999 giunge in Italia, dapprima a Milano e poi a Napoli. Per anni fa lavori “da immigrato”, cioè il muratore, il benzinaio o il bracciante, spesso alle dipendenze di un caporale da attendere di buon mattino assieme ad altri migrati o italiani, che non hanno altra possibilità di vita e di lavoro. Sono anni in cui studia e lo fa con profitto, ottenendo una laurea in sociologia alla Federico II. Da operaio incontra il sindacato. Oggi vive a Roma e per Usb, l’Unione Sindacale di Base nata nel 2010, segue le vicende dei lavoratori agricoli, inclusa la piaga del caporalato. Ieri pomeriggio è tornato a Napoli per incontrare i lavoratori del presidio di via Argine, dopo che a Bologna durante una manifestazione ha sentito la testimonianza di Luciano, un lavoratore napoletano di Whirlpool.

Stesso lavoro, stessa paga“, questo vuol dire unità. Anche perché la divisione non porta a far valere la propria esistenza, ancor prima della propria ragione. Perciò, a prescindere dal ruolo, occorre chiedere lavoro con diritti e dignità a chi chiede i doveri. Questo spiega Soumahoro, secondo il quale occorre partire dal ragionamento sotteso alla metafora della goccia d’acqua: la goccia, destinata ad ogni lavoratore, va trasformata in un fiume da cui tutti i lavoratori possano abbeverarsi.

Il messaggio è sembrato chiaro all’assemblea. Se è vero che questa economia si basa sul consumo e che un lavoratore è anche un consumatore, allora il lavoratore stesso produrrà parte della domanda di un bene, che sommato alla domanda di altri beni, farà muovere l’economia. Ma, se il lavoratore vive in una condizione di miseria, perché gli viene fatto credere che c’è poco da dividersi e deve scegliere tra sé e l’altro, accontentandosi del poco, quel lavoratore non si vedrà mai come percettore di diritti oltre che garante di doveri, quindi si impoverirà materialmente e moralmente, correndo il rischio di trasformarsi nello scarto dell’umanità. L’unità, secondo questo ragionamento, può essere il volano della crescita, perché evita la condizione di miseria morale e materiale, da cui pochi beni, materiali ed immateriali, si producono.

Il destino dei lavoratori di questa fabbrica non può essere considerato un destino di serie b“. A margine del suo intervento, Soumahoro lancia un altro appello. “Dobbiamo essere come un pugno chiuso. Marciare nella stessa direzione e dire che i lavoratori di questa fabbrica non devono essere considerati dei pacchi da spostare. Vogliamo tutti un fiume, che sia di lavoro, che sia di diritti, dignità e felicità“.

Partendo dal suo invito all’unità sulla vertenza Whirlpool, comune a molte altre vertenze attualmente aperte sui tavoli di crisi che si tengono con cadenza mensile al Ministero dello Sviluppo Economico, facciamo delle domande a Soumahoro.

D– Ricordando i braccianti sottoposti alla legge del caporalato, guardando ai lavoratori a cui oggi ti rivolgi, pensando ai giovani precari, ti chiedo: siamo tutti “schiavi di un dio minore” o esempi di una moderna colonizzazione?

R– Dico che “siamo esseri umani sotto lo stesso rullo compressore“. Uso queste parole, che sono di Gramsci, per spiegare la situazione in cui non solo i lavoratori di Whirlpool di via Argine, ma noi tutti ci troviamo. Indipendentemente dal colore della pelle e della provenienza geografica, c’è la necessità di unire le forze, come chiedeva Di Vittorio.

D– Il diritto alla felicità è l’incipit della costituzione statunitense. Whirlpool lo conosce e ne ha facilitato per almeno sessant’anni il raggiungimento anche qui a Napoli, a sentire i racconti degli operai. Parlate della stessa idea di felicità?

R– La felicità che metto in evidenza è una felicità che non consiste nel calpestare la dignità e la vita degli altri, quanto nel far valere la propria vita. E’, quindi, una felicità intesa come costruzione collettiva. Se penso al destino di un precario del mondo dell’informazione mi verrebbe da dire che è lo stesso destino di un bracciante, perché tutti e due sono accomunati dal lavoro a cottimo. Nella situazione dei lavoratori della Whirlpool, la ricerca della felicità diventa la ricerca di un’isola da raggiungere insieme, senza calpestare la vita e la dignità reciproca.

D– Cosa sta succedendo, qui a via Argine, a sessant’anni dall’inizio del comune percorso per la realizzazione reciproca?

R– E’ nel mondo del lavoro che si è realizzata una trasformazione, di cui dobbiamo comprendere la natura. Solo così ci possiamo porre correttamente davanti al datore di lavoro, che oggi preme pulsanti e da comandi da lontano, senza interfacciarsi coi lavoratori. Capire questa trasformazione porta a ragionare in un’ottica internazionale e a porsi la domanda sull’autorevolezza della politica di fronte a un datore di lavoro che cammina ormai sulla politica come se questa fosse uno zerbino. Questo dobbiamo rimetterlo a fuoco. Deve esserci uno Stato che, come scritto nella costituzione, accompagni i lavoratori nella propria ricerca della felicità, intesa come comunità collettiva, senza delegare al governo di turno il raggiungimento dei nostri obiettivi. Oggi i datori di lavoro sono quasi sempre i giganti, che un tempo venivano chiamati “monopoli”, mentre oggi sono identificabili nelle “multinazionali”.

D– Qui, nella persona di Luigi La Morgia, oggi ad di Whirlpool e vicepresidente di Whirlpool Emea, ieri direttore proprio dello stabilimento di via Argine, il datore di lavoro sembra averci vissuto.

R– Il tema è chi comanda. O meglio, chi ha l’ultima parola all’interno della catena di comando. Capire questo ci permette di individuare l’interlocutore e di individuare chi una volta veniva definito il “bersaglio“, da intendere, come la controparte con la quale dobbiamo discutere del destino dei lavoratori e delle lavoratrici. Insomma, dobbiamo capire chi è il vero interlocutore.

D– Di che natura è la lotta dei nostri giorni, che è una lotta contro lo sfruttamento e la perdita dei diritti?

R– E’ la lotta di chi oggi si trova in una condizione di abbrutimento. Gli ultimi, gli esclusi, gli scarti della società si devono unire alla lotta per i diritti sociali, per la dignità e per la felicità. Una lotta che sia descritta nei perimetri della nostra costituzione, quindi parliamo di una lotta che va fatta valere e che dia dignità ai lavoratori all’interno di una logica di realizzazione di sé, quindi di felicità. Ci hanno portato, negli ultimi decenni, ad illuderci che non esistesse più la lotta per la riaffermazione dei propri diritti, che sono diritti sociali, mantenendo il clima che ho vissuto qui. Lottare vuol dire mantenere un clima di comunità e di famiglia, basata sul principio che lo stesso lavoro implichi la stessa paga, ma soprattutto basata sull‘unità, perché uniti si vince, divisi si perde.