David Rummo è un pittore napoletano di 22 anni, iscritto all’Università Federico II, dove frequenta il corso di laurea in Storia.

E’ anche uno dei volontari che hanno prestato servizio durante le Universiadi di Napoli. La sua presenza è sempre stata silenziosa e discreta. Lo ha potuto incontrare chi ha assistito alle gare, ospitate nelle strutture della Mostra d’Oltremare. In particolare, nella prima settimana era a due passi dalla giuria tecnica, che dava i voti ai tuffatori. Tra giudici e atleti che osservavano i propri compagni, mentre si tuffavano dal trampolino o dalla piattaforma, David colorava una tela delle dimensioni pari a 150×100.

Finite le gare di tuffi, si è spostato in uno spazio interno della Mostra. Abbiamo incontrato David proprio in questi spazi, adibiti in parte a magazzino e in parte a uffici.

A servizio quasi ultimato, gli abbiamo rivolto le seguenti domande.

D. Ciao, David. Cosa ci fa un pittore a bordo vasca o in un magazzino durante una manifestazione sportiva internazionale?

R. Celebra le Universiadi, come richiesto dal committente del quadro. Lo faccio, richiamandomi, almeno nella sagoma, al famoso “tuffatore di Paestum“. Il mio quadro si intitolerà “Gara della vita“. O forse “Battaglia della vita“.

D. Lo esporrai?

R. Si, verrà esposto, dopodiché dovrebbe andare all’asta, ma non c’è ancora una data precisa né per quanto riguarda l’esposizione, né per quanto riguarda l’asta. Certamente l’opera finirà in beneficenza. Ma non si è ancora deciso a chi andrà il ricavato.

D. Come nasce il progetto dell’opera?

R. Il committente dell’opera, Yorgos Makrydakis, sport presentation manager di queste Universiadi, ha visto un mio precedente quadro, “Bambino soldato“, e ne è rimasto colpito. Ci siamo incontrati alla residenza Flavio di Pozzuoli, dove vivo abitualmente. Era lì perché questa struttura, che è una residenza universitaria, ha ospitato Yorgos e altri professionisti, impegnati nei lavori delle Universiadi.

“Bambino soldato”, olio su tela

D. Come lo hai realizzato?

R. Utilizzo sempre la pittura a olio. Quindi, ho usato questa tecnica anche per questo quadro. Non avevo mai dipinto qualcosa di tanto grande, prima d’ora. Per di più, ho realizzato sempre nature morte e ritratti. Insomma, sono un esordiente nella paesaggistica, ma posso dirmi soddisfatto di come ho dipinto il mare. Spero il cielo sia altrettanto bello. In tutto, ho impiegato otto giorni di lavoro, per nove ore ogni giorno. Il mare ha richiesto molto tempo, perché ho voluto che ogni dettaglio fosse unico. Sfumatura dopo sfumatura, ho cercato di fare in modo che lo spettatore non si stanchi mai di guardarlo.

D. Quale messaggio lancia il tuo “tuffatore”?

R. Il quadro ha vari livelli di lettura. Partiamo dalla premessa che un’opera d’arte non è solo estetica, ma è anche concetto. Quindi, è qualcosa di bello da vedere ma che abbia significato. Siamo di fronte ad un tuffatore che si sta lanciando. Siamo, qui, a un primo livello di lettura, dato dal fatto che ho pensato fosse doveroso rappresentare un uomo in ambito sportivo, poiché il quadro è stato commissionato in occasione di una manifestazione sportiva, quale le universiadi. Ma, se si fa attenzione ai piedi, alle gambe e alle braccia, il tuffatore non ha assolutamente le caratteristiche di un corpo tonico e allenato, come è, in genere, quello di un atleta. Inoltre, le costole fuoriescono dalla cassa toracica e tutto il corpo è caratterizzato dalla magrezza. Questo, perché ho voluto dare un significato sociale all’opera, raccontando la battaglia contro l’anoressia. Ho voluto, così, esprimere il mio vissuto. Non sono mai stato anoressico, però lo stavo diventando. Mi sono fermato in tempo, ma mi sono sempre chiesto cosa impedisca ad altri di accorgersi che il proprio disagio psicologico stia sfociando in una patologia. Deve essere veramente qualcosa di problematico ciò che impedisce alla persona di evitare la malattia.

D. Cosa ti ha indotto a fermarti?

R. Mi sono fermato, perché tendo a voler risolvere un problema, appena ho percezione della sua esistenza. Quindi, appena ho notato che tendevo a stancarmi più facilmente, ho capito che aveva oltrepassato il limite. La stessa disciplina che uso nella vita privata, la uso anche nell’arte. Due anni fa, ho dipinto un quadro sull’obesità. Non è, dunque, la prima volta che tratto di malattie, che derivano dalla psiche umana.

D. Che peso ha, per te, l’estetica nell’arte e nella vita?

R. Per i progettuali, tutto è arte. Non mi ritrovo in questa visione. Lo ritengo un errore logico, perché se tutto è arte, allora niente è arte. Eppure, arte è una definizione che delimita qualcosa che esiste. L’estetica in sé non basta a fare di un lavoro un’opera d’arte. L’estetica in sé, nell’arte, è decorazione. D’altronde, l’arte non può essere solo un concetto. Allora, se è l’unione di estetica e concetto, l’arte è qualcosa di bello da vedere e dotato di significato.

D. Cos’è la bellezza?

R. La bellezza non è solo armonia in senso classico, non è solo qualcosa di bello da vedere. La bellezza presuppone la tecnica.

D. Che significato spirituale ha quest’opera?

R. Il significato spirituale inizia dai colori. Nell’ebraismo, il verde, l’arancione e il viola sono i colori che rappresentano l’avvicinamento progressivo al divino, simboleggiato dal blu. L’avvicinamento può essere anche un allontanamento da Dio, all’aumentare della conoscenza. Quindi, all’avvicinarsi alla conoscenza, l’uomo si avvicina o si allontana da Dio? Ho voluto porre questo interrogativo a chi si ferma a contemplare l’opera. Scrivendo “YETZIRAH” sotto la banda verde. A livello tecnico, ho usato sia la pennellata leggera, tipica dell’acquarello, che bene si presta per rendere la leggerezza del cielo, sia la pennellata corposa e movimentata, che bene si presta a rendere i flutti del mare. Tutto quello che è stato fatto, è stato pensato prima in maniera concettuale. Per esempio, per il corpo dell’atleta ho usato una pennellata che definirei magra, perché contiene poco colore.

D. Quali sono le tue ambizioni?

R. Fare qualcosa di buono per l’arte attraverso la pittura oppure attraverso la storia e la critica dell’arte. In fondo, ho iniziato gli studi universitari alle Belle Arti. Per un anno, mi sono impegnato ad apprendere le tecniche di pittura. Quando ho realizzato che la congiuntura economica e sociale rendeva più difficile un sano mercato del lavoro in questo ambito, ho cambiato facoltà. Da allora, sono iscritto al corso di Storia, altra mia passione. E continuo a coltivare l’amore per la pittura. In fondo, ciò che ho sempre desiderato è lavorare per l’arte.