Arte e artigianato vi perdurano ed attendono lo sguardo dei Napoletani e dei turisti.

Partendo dal respiro artistico che emana il Museo Nazionale, sale verso il Vomero una delle più antiche strade di Napoli: via Salvator Rosa, che prende il nome da uno dei più amati pittori napoletani. Nato a Napoli nel 1615, fece l’apprendistato presso Aniello Falcone, che regala il suo nome ad un’altra importante strada di Napoli, e sposò la sorella di un altro artista, ossia Francesco Fracanzano (anch’essa strada di Napoli), con cui continuò gli studi (potremmo dire), presso Jusepe de Ribera (la città è piena di vie che portano cognomi illustri di artisti, suoi figli). Via Salvator Rosa rappresenta l’asse viario principale del quartiere denominato “Avvocata”, lì cui nome deriva dall’attributo latino Advocata, dato alla Vergine Maria, Difensore degli uomini e Mediatrice per i peccatori. Vi si affacciano grandi palazzi, tra cui Palazzo Gatto, Bottiglieri, Tango, Loffredo, i cui fregi monumentali e gli ampi cortili interni, ricordano tempi lontani in cui le carrozze entravano all’interno, tra grandi arcate e scaloni. Oggi il tentativo di riqualificazione si riconosce nell’apertura delle stazioni del Metro dell’arte: Salvator Rosa e Materdei, le quali in qualche modo inglobano il quartiere e i palazzi circostanti. Ci sarebbe da dire che il flusso veloce e aggressivo del traffico e proprio la presenza delle stazioni ferroviarie abbia avuto il demerito di diminuire il flusso pedonale di quanti potevano ricercare e trovare su quella strada negozi d’antiquariato e antichità, dove più vivace ed attenta si sarebbe potuta avere (come accadeva in passato), la scoperta  della presenza attuale di laboratori con vendita di mobili antichi, ceramiche, orologi, quadri, arredamento e altri oggetti di antiquariato, ma anche di botteghe per restauri in sede di mobili, ceramiche, bronzi, e quadri, oltre alla manutenzione, riparazione e ripristino di Opere Artistiche, attraverso il lavoro di abili artigiani falegnami e indoratori.

Più in alto sulla strada fa inoltre mostra di sé un laboratorio del gesso, assolutamente da visitare. Occorre difatti non dimenticare che tale arte, ossia della scultura in gesso, è praticata fin dal Neolitico. Il gesso è impastato con acqua fino a quando non si ottiene una miscela cremosa e senza grumi e si può lavorare sia per intaglio (da blocchi), sia per modellato, costruendo la figura su un’armatura o uno scheletro metallico, e rinforzandola con l’impiego di iuta. Senza dimenticare che sono utilizzate tutta una serie di tecniche per cui si adoperano stampi. Questi accolgono l’impronta del modello e realizzano una sorta di “negativo”: in essi viene quindi colata una sostanza fluida o semifluida, che assumendone la forma produrrà il “positivo”, cioè la copia del modello.

Senza inoltrarci oltre occorre dire che in Napoli esistono diversi laboratori di questo tipo, come quello di via Salvator Rosa e si resta ammirati a guardare le possibilità che questo lavoro artistico permette con una sostanza di base così economica e risultati di una bellezza che si avvicina tanto al marmo o ad altri materiali ugualmente degni di nota da stupire.

Napoli è una città d’arte la cui conformazione, dovuta alla posizione geografica, conduce alla presenza nel suo ventre di salite e discese, scalini ed alture. Città di mare, l’abitato di Partenope si generò dal promontorio di Posillipo, detto Pizzofalcone, il quale, a causa dell’abbassamento della costa, da Mergellina giungeva sino a Castel dell’Ovo. Tuttavia poi si è espansa arrampicandosi letteralmente sulle scoscese colline limitrofe, accrescendosi quindi in maniera verticale, con tutti i problemi di collegamento viario che conosciamo tra i vari quartieri della città.

Per tornare alla Via Salvator Rosa e al suo artigianato, fatto anche di fabbri e falegnami, occorre ricordare che le sue architetture “vecchio stampo” sono state utilizzate sia nelle ambientazioni delle commedie teatrali napoletane che in film di Totò, come accade per il film Miseria e nobiltà, la cui scenografia, pur se ricostruita a Cinecittà, traeva spunto da un palazzo del quartiere.

Via Salvator Rosa si rese necessaria fra il XVI ed il XVII secolo, al momento che la nobiltà spagnola edificò sontuose dimore sulla collina del Vomero, allo scopo di collegare il centro della città alla nuova area residenziale. Nelle sue fasi primitive era scoscesa e fiancheggiava zone ancora ricche di vegetazione fra boschi e campi alberati. A causa di ciò il suo nome primitivo era “L’infrascata”, giacché nascosta “dalle frasche” e percorsa, all’epoca, da gente a piedi, ossia contadini e pastori e da quanti utilizzavano i somari anche per trasportare merci.

Oggi, dicevamo, si passa velocemente in auto oppure mediante l’utilizzo della Metro e questo purtroppo a discapito dell’arte e dell’artigianato che ancora vive e perdura dal basso del Museo all’insinuarsi verso la zona del Vomero.

Bianca Fasano