Il fascino per il vulcano, il suo potere di eccitare emozioni, le sue paraboliche implicazioni sull’esistenza umana erano continue. All’ inizio del XIX secolo Lord Lytton ci lascia una descrizione del Vesuvio altrettanto drammatica: “Dal cratere si sollevò un vapore, densamente scuro, che copriva l’intero firmamento; dal suo centro si sollevò una fiamma, che…avrebbe potuto essere paragonata ad una cresta fatta di piume gigantesche, il diadema della montagna,  che si inerpicava a forma di arco su per l’aria, e ricadendo verso il basso, pendeva con tonalità delicatamente soffuse, e il tutto ondeggiava tremante come come le piume sull’elmo di un guerriero.  Il bagliore delle fiamme si diffondeva, luminoso e vermiglio, sopra il terreno aspro e scuro…un’opprimente esalazione sulfurea aiutava a far aumentare il tetro e sublime terrore del posto. Ma con le spalle alla montagna, volgendo lo sguardo verso il distante mare invisibile, il contrasto era  meravigliosamente grande; il cielo era blu e sereno, le stelle erano ferme e calme come gli occhi dell’amore Divino. Era come se i due regni dei principi opposti, del male e del bene, fossero stati portati insieme nello stesso scenario”.
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Al tempo dell’eruzione del 1631 Napoli era la capitale del Regno delle due Sicilie e la seconda città europea dopo Parigi.  Era governata fin dal 1503 da viceré spagnoli dopo l’annessione all’impero asburgico.  Gli spagnoli allontanarono via dai loro possedimenti la piccola e indisciplinata nobiltà di provincia, facendo loro assumere i doveri, i riti e le tradizioni della corte del viceré, come Luigi XIV fece poi anni dopo, attirando l’aristocrazia francese nell’elaborata etichetta e nell’impotenza politica della vita di corte a Versailles. La nobilta` napoletana viveva in residenze bellissime, mantendo intorno a se ricche corti, bisticciando su protocolli ufficiali, ed indossando gli stessi abiti neri austeri di coloro che li governavano. Oltre ad essere un centro di potere politico e di esibizionismo aristocratico, Napoli era un ricco porto (i suoi abitanti erano esenti da molte tasse) che possedeva uno dei più bei panorami in Europa, ed era celebrata per la bellezza dei suoi giardini. Una delle conseguenze della distruzione del 1631 fu un’esplosione di ricostruzione e restaurazione delle chiese napoletane con sontuosi ornamenti, accompagnata da una rinascita artistica. Le autorità spagnole furono comunque incapaci di eliminare le scorribande dei briganti che razziavano per le campagne circostanti, saccheggiando, lasciando terra bruciata e desolazione dietro di loro.
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Ivan Aivazosky – La Terra del Vesuvio
Napoli eccito` le passioni e le paure degli inglesi che la visitavano, appago` la loro venerazione per le antichità classiche e diede loro un nuovo modo di vedere le cose. Il castello Sant’Elmo, occupato dal presidio spagnolo, per tenere sotto controllo il territorio, fu visitato nel 1645 da John Evelyn: “costruito su una rupe eccessivamente alta, da dove si può avere l’intera prospettiva di tutta la città che giace come un palcoscenico sull’orlo del mare.” Salito su una collina dalle falde ripidissime, egli osservo`: “l’ottima prospettiva verso il mare, e la città: l’uno pieno di navi, imbarcazioni e galee; l’altra, piena di palazzi nobiliari, chiese, castelli, giardini, campi bellissimi, e il Vesuvio fumante…senza dubbio una delle viste più eccitanti e considerevoli del mondo”. Tale potere pittoresco ad estetico e  tali qualità teatrali furono consistentemente associate con Napoli, nella mente degli inglesi. Nel secolo successivo alla visita di Evelyn, la città e  la baia di Napoli erano per Ann Radcliffe ” un quadro in costante movimento”.  John Meade Kalkner, un inglese del periodo vittoriano, che visitò l’area per affari, (era interessato all’arsenale navale di Pozzuoli, nella parte nord della baia di Napoli), così descrisse il paesaggio: “il panorama del posto più bello della terra: la baia di Napoli con il Vesuvio che giace sullo sfondo….non sembra reale come una scena descritta in un brillante spettacolo drammatico”.
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Ivan Aivazovsky – Baia di Napoli
Napoli e la vista delle aree circostanti, arricchì l’immaginazione visiva degli inglesi all fine del XVII secolo, e diede una nuova estetica gotica al mondo anglosassone. L’immaginazione precorritrice di questo processo immaginativo appartiene al fiero e sprezzante pittore napoletano Salvator Rosa (1615-1673).  Alla morte di Rosa le sue idee creative furono intellettualizzate da un aristocratico inglese Anthony Ashley Cooper, terzo Marchese di Shaftesbury (1671-1713). Le sue idee furono, quindi, rese popolari dal poeta Alexander Pope (1688-1744). Questi diffuse un nuovo senso del visivo e del pittoresco.
Questo processo di disseminazione del gotico che parti’ da Napoli e Salvator Rosa fu reso possibile dal nuovo gusto per il viaggiare che si era sviluppato nel corso del XVII secolo.
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Salvator Rosa – Autoritratto
Tratto da “Gothic” di Richard Davenport – Hines del 1998 editore Fourth Estate Limited, London

Dalla Corrispondente da Londra

Simona Caruso