Un’odissea lunga due secoli: i marmi del Partenone 5° puntata

a cura di Giorgio Manusakis

Considerazioni storiche
Non ci soffermeremo molto sulle considerazioni di carattere storico, in quanto si rischierebbe di fare solo polemiche sterili su argomenti e tesi già abbondantemente discussi. Ci limiteremo a dire che, anche qualora i documenti presentati da Lord Elgin legittimassero la loro vendita al governo inglese, essi, a nostro parere, furono frutto della corruzione dei funzionari ottomani e riteniamo che in tal senso vada letta la lettera dell’ambasciatore britannico a Istanbul indirizzata a Lord Elgin. Inoltre c’è da aggiungere che, nonostante al tempo di Lord Elgin la Grecia fosse sotto il dominio ottomano da circa 350 anni, i greci non riconobbero mai la Turchia come autorità competente se non, appunto, come dominio e, quindi, forzatamente; ciò è da considerare a maggior ragione negli anni in cui furono asportati i marmi, in quanto anticiparono di pochissimo l’insurrezione greca, che portò alla definitiva liberazione dai turchi.

Considerazioni artistiche

Ricollegandoci a quanto detto sopra e anche ritenendo che l’autorità turca fosse in qualche modo riconosciuta dai greci, il diritto a disporre dei beni artistici di una nazione deve essere del popolo che ci vive e non della nazione occupante; ciò è stato anche sancito dalla convenzione dell’Aja del 1954 e dalla convenzione Unesco 1970; esse ritengono il bottino di guerra un atto di violazione dei principi minimi di giustizia e il patrimonio culturale strettamente legato all’identità dei popoli di cui costituisce un valore etico. Il principio affermato da queste due convenzioni è dunque fondato sul concetto di valore dei beni culturali, valori che sono portatori dell’identità, della società e del popolo del Paese in cui nascono e in quanto tali sono da ritenersi testimonianze delle tradizioni, della cultura e della storia del luogo in cui sono stati ideati e realizzati. Questa valutazione dei beni culturali, sancita dalle due convenzioni, è quella su cui si basa, ancora oggi, il concetto di valore culturale e, benché all’epoca di Lord Elgin non fosse ancora stato sancito, lo stesso Lord e, quindi, la società dell’epoca, comprendevano bene il valore storico-artistico dei marmi. E che la società dell’epoca fosse più vicina, da un punto di vista di comprensione del valore artistico, a quella delle convenzioni di cui sopra, piuttosto che a quella barbarica del sacco di Roma, è testimoniato dallo sdegno immediatamente espresso da un altro Lord, George Byron, che nel suo Il pellegrinaggio del giovane Aroldo scrisse: “ciechi sono i tuoi occhi che non versano lacrime quando guardano, O Grecia amata, le tue sacre membra razziate da profane mani inglesi, che hanno ferito ancora una volta il tuo petto dolente, e rapito i tuoi dei, dei che odiano l’abominevole nordico clima d’Inghilterra.” Lord Byron da alcuni è ritenuto un avventuriero pazzo (anche se, a nostro parere, in questo caso dimostrava di essere più sano di Lord Elgin), ma osiamo sperare che non lo fosse anche Hugh Hammersley, membro della Camera dei Comuni nel 1816, il quale espresse il suo sdegno circa l’accaduto deplorando “che lo stato non abbia impedito un simile furto” e propose che “la Gran Bretagna conservi i marmi solo in concessione, finché l’attuale possessore della città di Atene, o qualcun altro in futuro, non li reclami”. Anche questa (ma potremmo citarne altre) ci sembra una testimonianza di quanto cosciente e sensibile fosse la società dell’epoca, in particolare quella inglese, verso i beni artistici ed il loro valore storico-culturale, quindi a noi sembra di non essere pazzi affermando che Lord Elgin fosse perfettamente cosciente del danno storico-artistico-culturale che stava arrecando alla Grecia. Ma ci sovviene che dal punto di vista di coloro che si oppongono alla restituzione dei marmi, Lord Elgin è visto come un salvatore dell’arte, in quanto asportandoli li ha salvati dai cacciatori di souvenir, dagli atti vandalici e, in ultimo, senza volerlo, anche dallo smog. Ci permettiamo di contestare questa tesi; in primo luogo perché è solo un’ipotesi e non una tesi, si può benissimo ipotizzare che, lasciandoli dov’erano, a quest’ora sarebbero ancora lì, insieme al resto del Partenone (se non c’è più avvisateci per cortesia), inoltre dubitiamo anche del fatto che Lord Elgin intendesse salvarli; se questa fosse stata la sua vera intenzione, non li avrebbe sottoposti ad un viaggio in nave lungo e pericoloso (tanto che quasi si concluse con un naufragio! Ma forse Lord Elgin, volendo emulare a tutti i costi i greci, si immedesimò un po’ troppo in Ulisse), né li avrebbe esposti nel giardino della sua villa in Scozia e non solo per il clima scozzese; se questa è l’idea del British di salvataggio, allora perché li hanno esposti in una teca del museo, potevano lasciarli nel giardino di Lord Elgin. In conclusione ci sembra molto improbabile che Lord Elgin abbia comprato i marmi dal Sultano e li volesse trasferire solo perché riteneva questo l’unico modo di salvarli…

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Fine 5° Puntata