Un’odissea lunga due secoli: i marmi del Partenone 1° puntata

a cura di Giorgio Manusakis

Le Olimpiadi 2004 che, come tutti saprete, si sono tenute in Grecia, hanno alimentato il fuoco, mai spento ma a tratti dimenticato, che arde intorno ad una questione di grande importanza per i Greci e non solo per loro: la restituzione dei fregi del Partenone esposti al British Museum di Londra. Sulla questione sono stati spesi fiumi di parole, sono stati scritti libri, sono nati comitati, siti internet e chi più ne ha più ne metta.
Come potrete leggere (se avrete la voglia di leggere fino in fondo), e come molti di voi già sanno, la questione dal punto di vista legale è molto intricata; diversi documenti, dichiarati veri o falsi a secondo di chi li tira in ballo, sembrerebbero dare al British Museum o alla Grecia il diritto di custodire i marmi in questione. Esaminando invece la questione dal punto di vista della “giustizia storica” e dell’opportunità di restituire i marmi (cosa che secondo alcuni potrebbe costituire un precedente e spingere altri Paesi a richiedere la restituzione di beni artistici sottratti al loro contesto storico), il tutto diventa molto più soggettivo. Riporteremo anche le posizioni e le motivazioni, di nostra conoscenza, degli attori principali di questa contesa: il governo inglese, il governo greco ed il British Museum e, anche in questo caso, cercheremo di farlo nel modo più obiettivo possibile ma, per favore, non accusateci di essere filoelleni; lo siamo, lo diciamo apertamente e ne siamo orgogliosi. Ma questa è solo la nostra idea, maturata dopo anni in cui abbiamo coltivato con passione il nostro amore verso la civiltà ellena.
Innanzitutto è giusto descrivere esattamente quale sia l’oggetto del contendere: si tratta di 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue, quasi l’intero frontone ovest del Partenone ove era rappresentata la processione panatenaica, oltre ad una delle sei Cariatidi del tempietto dell’Eretteo. Il Partenone, eretto tra il 447 ed il 432 a.C per volere di Pericle il grande, dopo numerose “trasformazioni” dovute alle diverse occupazioni, subisce il danno più grave nel 1687, quando il generale veneziano Francesco Morosini bombarda l’Acropoli sapendo che i turchi la utilizzano come deposito di polvere da sparo; una tremenda esplosione distrugge una rilevante parte del monumento.
Nel 1804 Lord Elgin, ambasciatore britannico presso l’impero Ottomano, asporta quanto sopra descritto. In merito, per cercare di essere quanto più obiettivi possibile, riporteremo una versione accettata anche da Jan Jenkins, responsabile del dipartimento antichità greche e romane del British Museum, ovviamente contrario alla restituzione dei marmi. Stando a questa versione, Lord Elgin chiese il permesso alle autorità ottomane di prelevare dall’Acropoli pietre con delle epigrafi, come è ancora scritto oggi nel firmato che gli è stato dato. Tuttavia, pensò di poter andare oltre e mandò una squadra di operai che con seghe e scalpelli tagliarono le sculture una per una, lasciandole anche cadere dall’alto e danneggiando ulteriormente il monumento. In seguito, i marmi affrontarono un avventuroso viaggio in nave (in cui rischiarono di finire per sempre in fondo al mare) fino in Scozia, dove adornarono il giardino della villa di Lord Elgin. Secondo un’altra versione, invece, i marmi non raggiunsero mai la dimora del Lord in quanto lo stesso era stato imprigionato in Francia. Certo è che ad un certo punto Lord Elgin attraversò gravi difficoltà economiche e, pertanto, fu costretto a vendere i suoi beni; i marmi furono regolarmente acquistati dal governo britannico per 35.000 sterline e affidati in custodia al British Museum, dove furono esposti per la prima volta nel 1817. In merito al fatto che Lord Elgin avesse o meno titolo ad asportare quanto descritto, ci sono diversi documenti a sostegno dell’una o dell’altra tesi; i primi furono presentati dallo stesso Lord Elgin al governo inglese per dimostrare che aveva avuto l’autorizzazione dalle autorità ottomane per procedere all’asportazione, di questi documenti la Grecia ha sempre contestato la legittimità; mentre sul fronte opposto si registra che, nel novembre 2002, la casa d’aste Dominic Winter ha messo in vendita una lettera del 1811 in cui l’ambasciatore britannico a Istanbul, Robert Adair, scrisse a Lord Elgin: “le Porte (la corte del Sultano) nega che lei sia il proprietario di questi marmi”. Secondo la Corte del Sultano, i funzionari turchi di Atene non avevano il diritto di vendere i pezzi del Partenone, tale autorità era riconosciuta infatti solo al Sultano stesso ed alla sua corte. Quanto scritto su questa lettera, induce a riflettere su un’altra versione, secondo la quale Lord Elgin corruppe i funzionari ottomani ad Atene, con regali di valore, affinché autorizzassero la rimozione dei marmi benché non ne avessero il titolo; chi sostiene questa versione cita anche diverse testimonianze della avvenuta corruzione. Secondo un’altra versione, il “saccheggio” del Partenone iniziò nel 1801, autorizzato dal sultano Selim III che aveva accettato l’aiuto degli inglesi per liberare l’Egitto da Napoleone. Il primo imbarco pare fu effettuato il 26 dicembre 1801 sulla nave Mentor e solo l’esplodere dei moti autonomisti greci pose fine al “saccheggio”; questa versione include anche il “saccheggio” di Lord Elgin.
Fin qui la storia dei fatti narrati e accettati da entrambi i contendenti….

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