Il femminile al centro della cronaca nera o sociale, in entrambi i casi, desta allarme e denuncia.

L’8 marzo scorso, presso il Blu di Prussia a via Filangieri, tre artisti (due donne e un uomo) hanno messo in campo tre diverse declinazioni della narrazione del mondo – la scrittura, la recitazione e la performance artistica – per affrontare la questione femminile da un originale punto di vista.

Non solo femminicidi e violenza, contrabbandata o meno per amore; non solo aride statistiche che dimostrino quanto siano lontane le donne dalla uguaglianza, nel mondo del lavoro e in famiglia. I tre artisti hanno provato a raccontare una terza via, una via di ritorno al femminile sacro e agli archetipi ancestrali della vita e della morte che si mescolano nel corpo, nell’utero e nel sangue, creando la trama essenziale di ogni donna.

In rigoroso ordine di apparizione: Aldo Putignano, Chiara Tortorelli e Rita Esposito hanno presentato le loro opere, costruendo un racconto unico sul femminile e sulla sua sacralità.

Putignano, nel suo libro, Vita di Schiele (ed. Homo Scrivens, 2017), ha raccontato la donna mutilata e sofferente, ritratta nella piccola morte dell’orgasmo e nella sua terribile attitudine a rendersi preda del maschio.

La Tortorelli – stupendo il pubblico dei suoi lettori con una significativa interpretazione del proprio personaggio, molto al di là del reading letterario -, ha descritto, attraverso gli snodi cruciali del suo libro, Noi due punto zero (ed. Homo Scrivens, 2018), il doloroso percorso del genere femminile. Quest’ultimo è costantemente esposto alla crudeltà della Vita, intesa come forza ancestrale, che si serve intimamente del suo corpo, per perpetrare se stessa senza curarsi di distruggere le singole individualità nel suo incedere.

La performance artistica di Rita Esposito, con il suo fiume di rose, ha rivelato finalmente la terza via, la cura ai colpi inferti dal predatore e della ottusità di quella congiunzione tra madre e figlio che talvolta distrugge entrambi, poiché il suo scopo non è la salvezza individuale, bensì la continuazione della specie.

Il corpo mutilato dallo sguardo avido dell’uomo di Schiele, il corpo straziato dal parto – separazione da un figlio che non è mai appartenuto a sua madre, ma che anzi ha attuato su di essa la forma estrema del possesso -, trova requie nell’acqua cosparsa e profumata di rose, nel fiume che rappresenta la sorellanza: il legame che almeno lenisce, se non può guarire.

Il fiume di rose è un progetto lungo nove mesi che sta conducendo l’artista Rita Esposito, in giro per l’Italia, con una rete da ella stessa tessuta a cui tutte le donne sono chiamate ad agganciare una rosa, realizzata all’uncinetto, antica e desueta arte muliebre.

Il simbolismo di questa operazione è immediato.

Nella performance, realizzata in occasione dell’ 8 marzo, è stato rappresentato il tema dello specchio e del doppio, poiché attraverso il doppio, ossia il rispecchiamento nell’altra donna, il femminile ritrova la potenza guaritrice e sacra della madre primigenia, che attraversa tutte le donne rendendole simili e sorelle.

É stato così celebrato un 8 marzo privo di numeri (degli omicidi, delle statistiche sulla violenza, delle statistiche sull’occupazione, ecc.) ma concentrato sull’essenziale e sull’eterno.