Ambaradam”, quante volte pronunziamo questa parola, per indicare confusione, caos, anarchia e altre situazioni simili… ed è forse il concetto più appropriato per descrivere quanto avvene sul Monte Amba Aradam in Etiopia in quell’ormai lontano febbraio del 1936.

Da giorni c’era un conflitto per il controllo o la conquista del monte etiope, tra le forze armate italiane e quelle del paese. Le truppe italiane, dalle prime ore del mattino del 15 febbraio 1936, sotto la copertura sia dell’oscurità che di una densa nebbia, circondarono la montagna. Quando giunse la luce del giorno gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. La battaglia si concluse al calar della sera.

Il genocidio

Il comunicato di Badoglio, rese note le cifre finali che videro un totale, fra morti e feriti, di 36 ufficiali, 621 soldati italiani e 143 soldati indigeni da parte italiana, ed una stima di circa 20.000 soldati etiopi. La battaglia dell’Amba Radam si era risolta in realtà grazie al gas iprite rilasciato a bassa quota dall’aviazione italiana, persino sui civili. L’azione fu una evidente violazione della Convenzione di Ginevra del 1928 di cui l’Italia era firmataria, che prevedeva la proibizione di usare in guerra gas asfissianti, tossici o simili e mezzi batteriologici [Autorizzazione alla ratifica e ordine di esecuzione in Italia dati con Regio Decreto n. 194 del 6 gennaio 1928 (Gazzetta Ufficiale n. 046 del 24 febbraio 1928). Data della ratifica: 03 aprile 1928. Entrata in vigore per l’Italia: 03 aprile 1928.]

 L’iprite attacca le cellule con cui entra in contatto, distruggendole completamente. Causa infiammazioni, vesciche e piaghe, agisce anche sulle mucose oculari e sulle vie polmonari. La sofferenza è disumana. Hailé Selassié, l’imperatore etiope deposto, denunciò tutto all’assemblea della Società delle Nazioni (l’organizzazione che ha preceduto l’Onu), nel luglio del 1936. L’Italia che ha rinnegato per decenni l’azione riconoscerà le sue colpe solo nel 1996, grazie alla desecretazione degli archivi voluta dall’allora ministro della Difesa Domenico Corcione.

Ulteriori prove di genocidio avvennero anche nell’aprile del 1939, quando vennero chiuse le vie d’uscite delle grotte dell’Amba Aradam. All’interno furono localizzati alcuni partigiani etiopi. La loro resistenza si sgretolò sotto le bombe al veleno. Morirono soldati, uomini, donne e bambini. Chi sopravvisse all’iprite venne arso vivo con i lanciafiamme.

Le sofferenze continuarono fino al 1941, quando gli inglesi presero il controllo della colonia italiana. Furono cinque anni di violenza indiscriminata, nascosta dal fumo dei gas: esecuzioni, stupri, imprigionamenti, torture. Nessuno ha pagato per aver violato i diritti umani. Uno dei responsabili, Rodolfo Graziani, governatore fascista dell’Etiopia dal 1936 al 1937, venne inserito nella lista dei criminali di guerra, ma non fu mai processato per questa particolare accusa.

Un colonialismo, quello italiano, breve, senza motivo ed estremamente violento, conclusosi con un nulla di fatto. L’Etiopia non ha mai capito il perché di quella guerra, che non fu una colonizzazione, ma solo un’invasione crudele, che ha violato tutti i trattati internazionali, ed in tanti si sono posti questa domanda.

Nonostante tutti i libri ed i trattati scritti su questo breve e vergognoso periodo della storia italiana, la persistente ignoranza o l’altrettanto persistente revisionismo storico, che dir si voglia, ancora ricorda questo evento, non solo quotidianamente, nella lingua parlata, ma anche nella toponomastica di alcune città italiane dove, a distanza di oltre 80 anni si può ancora trovare “via dell’Amba Aradam”. Sarebbe come avere “Auschwitz Straße” nel cuore di una città tedesca.

(http://unipd-centrodirittiumani.it/it/strumenti_internazionali/Protocollo-concernente-la-proibizione-di-usare-in-guerra-gas-asfissianti-tossici-o-simili-e-mezzi-batteriologici-1925/113).