Quando il destino è beffardo

Bengasi, Libia, 3 febbraio 1941. Il sommergibile inglese Truant avvista la motonave Calino e le lancia tre siluri contro. Ma i colpi non vanno a segno perché una nave ospedale disturba il sonar del sottomarino. Passano solo due giorni e un altro sommergibile britannico, l’Upright, scaglia i suoi siluri contro la Calino al largo delle isole Kerkennah, nella parte orientale della Tunisia. Anche questa volta mancano il bersaglio. Non sarà l’ultima. Dopo l’occupazione della Grecia, nel 1941, la nostra motonave, sempre col nome in codice Cercato, effettua molti viaggi tra l’Italia e la Grecia, torna nelle isole del Dodecaneso e costeggia tutta l’Ellade da Salonicco a Patrasso passando per Il Pireo e attraversando lo stretto di Corinto. Va via così il 1941, navigando in convoglio nel Mediterraneo. Fino al 25 ottobre, quando l’ennesimo sottomarino inglese, il Trusty, avvista il convoglio di navi al largo della costa occidentale greca e lancia i suoi siluri verso la Calino e la Calitea. Anche in questo caso non colpiscono i bersagli e il nemico si ritira per evitare le cariche di profondità lanciate dalla scorta del convoglio.

5 gennaio 1942. Fa freddo sul ponte della Calino, in questa missione scortata dall’incrociatore Città di Palermo. Ma tra le isole di Cefalonia e Lefkada il clima diventa improvvisamente rovente: il sommergibile britannico Proteus attacca il convoglio coi suoi siluri. Questa volta vanno a segno, ma colpiscono solo l’incrociatore, che s’inabissa in appena 6 minuti portando con sé circa metà dell’equipaggio, parte del quale morto per assideramento dopo essersi tuffato in mare prima che la nave affondasse.

12 gennaio 1942, Rodi. Questa volta al freddo si aggiunge la tristezza. 200 ebrei, scampati al naufragio della nave Pantheo che li stava portando in Palestina, vengono imbarcati sulla Calino con destinazione i campi profughi di Alberobello e Gioia del Colle. Coi deportati a bordo la motonave effettua altre missioni in vari porti della Grecia. Arrivano alla loro triste destinazione solo l’11 febbraio. Durante il viaggio una delle passeggere, Belly Ehilich, partorisce un bimbo. Qualcuno, evidentemente dotato di ironia, decide di chiamarlo Benito.

Passano altri otto mesi di viaggi più o meno di routine, poi, al largo della bianca scogliera di Capo Leukade, lì dove il mito vuole che si sia lanciata nel vuoto la poetessa Saffo, il sommergibile britannico Sahib prende di mira la Calino e la Mosto. Anche questa volta le due navi riescono a evitare i siluri, aiutate anche dall’aereo di scorta che si scaglia contro il nemico.

1943, notte tra il 2 e il 3 gennaio. Anche questo sembra un anno fortunato per la Calino. Mentre è ormeggiata a Palermo, cinque mezzi d’assalto subacquei “chariots” britannici entrano nel porto prendendo di mira le navi italiane, ma il capitano di quello diretto alla Calino si lacera la muta e annega, mentre il suo secondo autodistrugge il mezzo a riva facendosi catturare. Ma per la motonave italiana e il suo equipaggio la sorte ha in serbo un ironico destino.

9 gennaio 1943, Biserta, Tunisia. La Calino e il suo equipaggio lasciano le acque dell’Africa diretti a Napoli, dove sarebbero dovuti arrivare il mattino seguente. Tutti a bordo sono felici di rientrare in Italia. Ma le notti invernali sono buie e gelide, e qualcosa non va come avrebbe dovuto. Alle 5.25, tre miglia a nord-est di Capri, un’esplosione risveglia il golfo di Napoli: una delle mine di uno sbarramento difensivo italiano viene colpita dalla Calino. I vetri vanno in frantumi e la nave sbanda violentemente a sinistra. L’equipaggio subito cala in mare le scialuppe di salvataggio. Il comandante, Salvatore Donato, si accerta che non ci sia nessuno a bordo e lascia anche lui la nave. Gli scampati al naufragio vengono portati inizialmente a Capri, poi, verso le 15.00, a Napoli, dove i feriti vengono trasportati in ospedale. Un’altra nave, la Gioberti, dopo aver recuperato parte dei naufraghi, prova a rimorchiare la Calino, ma alle 11.28 del 10 gennaio 1943 la motonave s’inabissa a circa tre miglia a nord-est di Capri. Un destino ironico per la Calino e il suo equipaggio: andare a fondo a causa di una mina ‘amica’ dopo aver evitato decine di siluri e ordigni nemici. Ancor più beffardo per i campani come il cannoniere Di Vaia: essere naufraghi avendo davanti agli occhi le luci delle loro case. C’è ancora molto da raccontare su questa nave e il suo equipaggio. Ma lo faremo nell’ultimo articolo, con una video intervista al nipote del marinaio Di Vaia che ci narrerà del nonno e molto altro ancora.

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