La vigilia di Natale era stata una giornata molto fredda e stancante. Alle 19,30 della sera mi ritrovavo con la  schiena dolorante per essere rimasta sempre in piedi a dividermi tra un cliente e l’altro cercando di accontentare i più svariati desideri  nel voler fare regali ed avevo le mani intorpidite e ormai quasi inservibili per aver confezionato innumerevoli pacchetti ed aver ricevuto strette più o meno vigorose mentre mi venivano formulati i tradizionali auguri. Avevo, però, la soddisfazione di essere riuscita ancora una volta a fare tutto il possibile per chi aveva scelto di venire a trovarmi preferendo il  mio negozio a tanti altri della città. Erano tornati perfino i tre medici che puntualmente, ad ogni vigilia, simili ai Re Magi, si presentavano per i loro acquisti di cappelli: un appuntamento tacito ed irrinunciabile a cui tenevano tanto e che, ogni anno, ci faceva ritrovare piacevolmente insieme. Desideravo far ritorno a casa ma c’era ancora il brindisi beneaugurante da fare con i vicini di negozio e vedevo ancora persone che si attardavano per strada, fermandosi ad ammirare le vetrine senza nessuna fretta nonostante la tarda ora. Sarebbe stato scortese andare via, come chiudere la porta in faccia a chi, forse, voleva ancora entrare a fare qualche spesa o anche solo a salutarmi. Dovevo aspettare ancora, prima di poter chiudere il negozio, anche se la testa mi girava vorticosamente per la debolezza. Nello stomaco, diverse ore prima, avevo messo solo un paio di zeppoline, quelle con le alici che mi erano sempre piaciute tanto e che mi erano state portate fin da Apice da una cara amica preoccupata per il mio benessere. Quando sarei tornata a casa, dove nessuno mi stava aspettando, non avrei avuto nessuna voglia di organizzare una cena da “vigilia” anche se, per tempo, avevo comprato pesce fresco pescato nell’Adriatico e tutto quello che normalmente ,in ogni famiglia, veniva preparato per la festa, secondo la tradizione beneventana. Sarebbe finito tutto nel congelatore ed io mi sarei seduta sfinita davanti alla televisione assaggiando a malapena qualcosa : un’altra zeppolina,  un pezzetto di formaggio, un mandarino e sarei andata presto a letto per distendere un po’ le stanche ossa e tentare di recuperare le forze. Questo era il programma della serata.

Nel negozio sembrava essere passata un’orda di barbari. Carte veline sparse sul pavimento, berretti e cappelli alla rinfusa sul bancone, le vetrine quasi spoglie perché gli articoli esposti erano quelli che attiravano maggiormente l’attenzione dei clienti e, se non li avessi fatti provare, sarebbero andati via scontenti anche senza l’intenzione di comprare. Cercai di sistemare tutto alla meglio.  Stranamente, il cappello da donna più bello e particolare era rimasto al suo posto nella vetrina e me ne domandavo il motivo. Tante persone avevano voluto provarlo e, a molte, stava bene ma poi preferivano sempre comprare qualche altro copricapo, quasi avessero avuto timore della sua bellezza. Aveva colori stupendi; bordeaux, senape, blu cobalto erano disposti armoniosamente e il taglio del modello, con la falda asimmetrica, era davvero spettacolare. Chissà, magari lo avrei venduto per l’Epifania. Ci sarebbe stata, prima o poi, un’intenditrice che lo avrebbe acquistato con piacere! Alle 20,30 ,al limite delle mie forze, riuscii finalmente ad andare via. Prima di spegnere le luci, diedi un’ultima occhiata in giro e salutai rispettosamente il “genius loci” che, ancora per un anno, mi aveva permesso di essere presente a compiere il mio dovere. L’ultimo negozio a chiudere, come sempre alla vigilia. Più nessuno per strada e, quest’ anno, neanche il rumore degli spari a cui per fortuna la gente doveva aver rinunciato. A fatica raggiunsi il portone di casa, con i piedi doloranti e, volentieri, se non avesse fatto così tanto freddo, mi sarei seduta sui gradini delle scale per riposare un po’. Anche respirare mi costava fatica. Girai la chiave nella serratura del mio appartamento e, nell’aprire la porta, trasalii nel vedere un tenue chiarore illuminare il salone. I vetri di un balcone erano spalancati e la luna diffondeva la sua luce con un raggio formato da una miriade di puntini luminosi che si proiettava sul pavimento. Lì dove la luce finiva, una figura di donna si mostrò davanti ai miei occhi in tutta la sua bellezza. “Buonasera, Signora dei cappelli – sentii dire dalla sua ormai nota,  dolcissima voce – Ben tornata a casa! Buona vigilia di Natale!”. Improvvisamente provai una confortante sensazione di allegria e mi sembrò di ritrovare tutte le forze svanite. La mia amica Iside, la Dea “Signora della città”, era venuta ancora una volta, dal suo mondo, a farmi visita. Ci abbracciammo felici di rivederci e, dopo i soliti tre baci sulle guance, alla maniera egizia, la Dea esclamò :”Immaginavo che sarebbe tornata stanchissima dopo un’intensa giornata di lavoro ed ho approntato una cena che gusteremo insieme”. Non credevo ai miei occhi. Sul tavolo del salone su cui era stata stesa una tovaglia  di prezioso,antico lino beige con ricami natalizi rossi, era disposto ogni ben di Dio e, dopo essermi assentata per lavare le mani ed indossare un abito da casa e delle calzature più confortevoli, mi accomodai per iniziare quella che si rivelò la cena più gustosa che avessi mai potuto consumare negli ultimi tempi. Come aveva potuto fare la Signora della città per preparare tutto e con così grande maestria? Già! Le sue arti magiche dovevano sicuramente averla aiutata!

Elegantissima, con una tunica lunga color rubino, la Dea mi servì innanzitutto la Molokhia, la famosa zuppa dei Faraoni. Pezzetti di pollo erano stati bolliti con cardamono e malva per poi essere aromatizzati con alloro, cumino, olio e succo di limone. Il piatto, di una consistenza mucillaginosa e di una colorazione verde intensa, aveva un sapore amarognolo, molto particolare. Una zuppa che, come Iside mi raccontò, era riuscita a guarire un re egizio da una grave malattia e che, subito, ebbe il potere di farmi rinascere.  Mangiammo assaporando tutto con calma, intingendo pezzetti di focaccia nella zuppa. Come mi fu spiegato dalla mia amica, il pane era stato preparato con chicchi di farro e orzo cotto su lastre di pietra arroventate. C’erano anche le famose “spirali egizie” con semola di grano duro e formaggio di capra, fritte nello strutto bollente, ben colate ed asciugate e cosparse di semi di papavero. Una vera golosità! Seguì una frittata di porri, zucchine e pinoli per cui erano state usate uova di uccelli di passo e di palude che si trovavano nelle vicinanze del Nilo e, come per incanto, l’atmosfera dell’antico Egitto si era trasferita nella mia casa per opera della Dea. Su di un piatto di portata vi era il Mesa’a’ah, pane ricoperto di melanzane grigliate, cipolla dolce e peperoncino, cotto in forno. Un altro piatto presentava Ful madames, purea di fave mescolate ad aglio, olio e succo di limone, accompagnato da uova bollite, salsa di pomodoro e burro. C’erano, poi, formaggi particolari come il “Domiati” prodotto con latte di bufala, il “Baramily” invecchiato in barili, il “Rumi salato”, simile al pecorino romano e tanta buona birra e vino di datteri da degustare per accompagnarli. Scoprire tante novità e poter mangiare in compagnia, rendeva tutto ancora più buono ed appetitoso. I dolci, inoltre, erano autentici capolavori. L’immancabile “Halawa”, pasta di sesamo e frutta secca che ricordava il nostro torrone ma molto più morbida come consistenza; la “Kunafa” formata da fili di pasta fritti e croccanti, dall’aspetto dei nostri spaghetti, mescolati con miele e frutta secca;la “Basbousa” a base di semolino, sciroppo e mandorle e, infine, frutta come grandi, dolcissimi melograni, manghi e uva dai grossi chicchi succosi. Un’anfora di terracotta ripiena di Karkadè, tisana a base di ibisco, era pronta per essere versata in alti bicchieri a calice. Sorseggiando la tipica bevanda egizia, chiesi alla dea :”Come ha trovato la sua città nel periodo natalizio? Le sono piaciuti gli abeti sistemati in gran numero per il Corso e lungo la strada che conduce all’Arco Traiano?”. “Belli – rispose – ma forse in numero esagerato. Fanno scena, soprattutto quando sono illuminati ma sembra di camminare nella foresta incantata. Avrebbero potuto utilizzarli distanziandoli tra di loro per illuminare anche altre strade della città che appaiono disadorne così come la via del suo antico negozio dove solo due fili di lampadine sono tristemente appese tra i palazzi. E, vedere la città invasa da colonie di grossi topi, mi fa piangere il cuore. Perché, invece di spendere tanto denaro per gli alberi ( ho sentito dire, ben 150.000 euro), non hanno pensato a dei seri interventi di derattizzazione? Se i topi, dal Terminal dei pullman dove sono stati visti passeggiare sui rami degli alberi spaventando i viaggiatori, decidessero di avanzare verso il vicino Corso e salire sugli abeti, che terribile spettacolo offrirebbero! Topi al posto delle luci, nascosti tra i rami, pronti a scendere fino al suolo correndo tra i passanti”. Sorrisi amaramente; c’era da darle pienamente ragione.   “E, poi – continuò – ho visto l’albero moderno, quello tecnologico, nei pressi del Museo dove sono conservati i reperti egizi,. Imponente, si illumina a suon di allegra musica come già lo scorso anno ed altri 75.000 euro sono stati spesi per la sua installazione in una città dove ci sarebbero tante altre spese più importanti da dover necessariamente affrontare come la risistemazione del fondo stradale ,con le vie piene di profonde buche. Ma è Natale e una buona scenografia è importante per dare l’immagine di una città felice e fiorente. Non importa che i negozi stiano scomparendo e quei pochi che sono rimasti siano vuoti, con poche scorte di merci da mostrare e clienti che vi entrano più che altro per scattare foto degli articoli che non possono permettersi di comprare. Forse, rivedendoli sui telefonini, sembrerà di possederli in qualche modo, di farli propri ma, quanto ad acquistarli, non se ne parla proprio!”. La Dea era veramente ben informata e la situazione generale era esattamente come la descriveva. Con un sospiro, le risposi : “Anch’io non posso più permettermi gli acquisti che vorrei. Ci saranno due giorni di festa, Natale e Santo Stefano, e mi sarebbe piaciuto, come in passato, poter indossare un vestito nuovo come quelli che ero solita acquistare un tempo nel miglior Atelier della città ma ho dovuto rinunciarvi. Con i soldi che avrei speso, pagherò qualche bolletta rimasta in sospeso o un acconto per le tasse dovute, trasformate ormai in cartelle esattoriali che si accumulano sempre più e di cui non riesco più a portare il conto”. Lo sguardo comprensivo con cui la Dea mi guardò, mi riscaldò il cuore. Nessun problema; avrei indossato uno dei soliti vestiti e sarei andata alla Messa di Natale ed a fare qualche visita di auguri. L’importante era stare bene in salute e riuscire ad andare avanti verso il nuovo anno che stava per iniziare, con la speranza che la situazione andasse meglio nel futuro.

La serata era diventata notte di vigilia. La cena gustosa mi aveva ritemprata, la conversazione con la Dea aveva rinsaldato la nostra amicizia ma, per lei,era tempo di dover andare via. L’alba non poteva sorprenderla ancora in giro per il nostro mondo. Mi abbracciò con affetto dandomi i soliti tre baci e prese le mie mani tra le sue lasciandovi scivolare qualcosa. “Questo è il mio regalo di Natale per lei” disse, guardandomi intensamente negli occhi. “Mi dispiace di non avere nulla da offrirle in cambio –le risposi ringraziandola ma lei mi guardò sorridendo amabilmente e ribattè : “Non si preoccupi. Passerò per il suo negozio ed avrò il piacere di provare qualche cappello che possa starmi bene. Questo sarà un grandissimo regalo per me ed un vero privilegio.”. Si voltò e, silenziosamente, percorrendo il raggio luminoso della luna che si era spostato ma ancora illuminava la sala, svanì nella profondità della notte risalendo verso il cielo simile ad un manto di velluto blu punteggiato di stelle. Quando scomparve, nell’aprire le mani vidi che vi erano tre datteri. Uno strano regalo di Natale dopo quella cena così sostanziosa ma era stato offerto con tanta grazia e con il cuore e questo bastava per farmelo apprezzare. Addentai uno dei frutti; era dolcissimo, morbido e saporito, una vera squisitezza. Stavo buttando il nocciolo quando, improvvisamente, si aprì da solo e vidi materializzarsi tra le mie dita e davanti ai miei occhi, l’abito più bello ed elegante che avessi mai potuto desiderare. Di seta rossa, con la scollatura rotonda e le maniche lunghe ed ampie, a balze; adatto alle feste per cui non avevo niente di nuovo da indossare. La Signora della città, con la sua generosità, aveva voluto accontentare il mio desiderio di avere un vestito nuovo per le feste. Lacrime di gioia riempirono i miei occhi e, cadendo, ogni lacrima si trasformò in una piccola perla che andò ad ornare le maniche del vestito impreziosendolo ancora di più. La magia operata dalla Dea, aveva reso il mio Natale speciale ed indimenticabile.

Mi rimanevano altri due datteri. Li avrei conservati per il primo giorno del nuovo anno e per l’Epifania e, se celavano nel loro nocciolo altri due abiti, meravigliosi come il primo, chi sarebbe stato più felice di me?

Il 27 dicembre, trascorsi i due giorni di festa, ritornai al mio lavoro. Sollevai la saracinesca del negozio, entrai per riporre i lucchetti e, nel passare accanto alla vetrina, notai che mancava qualcosa. Il bellissimo cappello rimasto invenduto non era più nel posto dove lo avevo lasciato la sera della vigilia. Nessun segno di effrazione e una sola spiegazione possibile: la mia amica Iside, la Signora della città, doveva essere passata per il negozio della Signora dei cappelli ed aveva scelto il mio dono di Natale per lei, lasciandosi tentare da un copricapo veramente degno di una Dea. Ne ero felice: lei sola avrebbe saputo indossarlo sapientemente e il mio cappello avrebbe fatto una splendida figura sul suo capo, mentre passeggiava, splendente in tutta la sua bellezza, stella tra le stelle.

Grazia Bergantino