Il dibattito avviato da Il Mattino sul valore della scuola per le classi dirigenti meridionali è indubbiamente positivo e merita ulteriore approfondimenti.
La stura è la prova di due licei, uno napoletano e l’altro di Santa Maria Capua Vetere, che alla trasmissione televisiva “Per un pugno di libri” hanno mostrato due volti contrapposti: deludente e combattivo. Un liceo non ha preso palla, per usare una metafora calcistica, l’altro ha combattuto con coraggio.
Si dirà: “ma è solo un gioco, niente di più. Non si valuta una scuola o dei ragazzi per la prontezza in un quiz“. C’è del vero in questa considerazione, ma non basta. Perché anche un quiz televisivo, dove occorre avere prontezza di riflessi, capacità di sintesi, una cultura di base che va oltre quella scolastica, diventa un banco di prova su come i nostri ragazzi riescono a tenere il passo con la complessità della vita, con le sfide quotidiane che offre e impone, sul tasso lecito e salubre di competitività senza il quale non si va da nessuna parte.
Gli stessi giudizi consolatori, autoassolutori che non sono mancati per spiegare le performance dei nostri ragazzi sono il segnale della difficoltà delle classe dirigenti meridionali, della borghesia a continuare a svolgere il ruolo di creare cultura e sapere. Lo aveva già colto uno studioso americano Banfield, in un saggio del 1958, che parlò di “familismo amorale” come tratto distintivo delle classe dirigenti meridionali. Non solo: visitando i circoli culturali della borghesia meridionale rilevò che di tutto si parlava meno che di cultura.
Se il livello medio, se la qualità dei nostri studenti, persino dei licei classici, mostra vistose crepe abbiamo il dovere di chiedere di chi sia la responsabilità.
La spiegazione è che è saltato l’asse tra scuola e famiglie. Una volta, come analizza lo spicanalista Massimo Recalcati, insegnati e genitori erano alleati. Ora invece, spesso i genitori sono sul fronte contrapposto. Protestano, c’è chi arriva addirittura a compiere atti di violenza contro i docenti. Si ricorre al Tar per un brutto voto e per una bocciatura. Così sono le classi dirigenti a tradire la propria vocazione. Dovrebbero essere loro a pretendere una scuola raffinata, moderna, in grado di sfornare eccellenze. Invece salgono sulla barricata e finiscono con il difendere tutte le nefandezze dei propri figli. Compresa le pessime performance.
Per questo interrogarci sul ruolo della scuola al Sud diviene una questione essenziale. Non lo fanno i partiti, perché sia nei programmi sia nella campagna elettorale, c’è scarsa attenzione al ruolo della scuola. È giusto, quindi, che sia la società civile a riappropriarsi di questa bandiera.
Perché i ragazzi che, per proprio talento, per il capitale economico e culturale della propria famiglia, riescono ad eccellere non hanno “quasi” bisogno della scuola. Che non è strutturata per rapportarsi con le eccellenza.
Questi fortunati hanno un cammino già scritto. Per gli altri una nuova nuova saldatura tra scuola, genitori e società civile è poi che mai necessaria.
Non servono le bugie pietose per nascondere la malattia.

Michele Cozzi