Tu dimmi quando, quando. Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca“. Per un attimo, nella ressa in strada, si sentono le parole malinconiche della celebre canzone di un altro napoletano eterno, Pino Daniele, mai più azzeccate come in questa occasione. Una città intera a chiedersi dove siano quegli occhi neri pieni di carisma sudamericano, dove quelle labbra, che non si nascondevano dietro le frasi banali del calcio, mondo ipocrita e saturo di pregiudizi. Solo la morte di un’icona come Diego Armando Maradona poteva mettere in secondo piano le cronache monopolizzate dal Covid. Napoli, l’Argentina, il mondo intero si sono risvegliati questa mattina con la tristezza di chi è costretto a fare i conti con una notizia da incubo. E in città, centinaia di persone continuano a dirigersi con volti scuri e occhi rossi verso lo stadio, sotto la curva B, per rendere omaggio al campione vestito d’azzurro che ha strappato dall’immaginazione dei napoletani i sogni calcistici più reconditi (e non solo), e li ha piantati sul quel rettangolo di gioco che di fatto, è da oggi lo stadio Diego Armando Maradona di Napoli.

Dall’altra parte del mondo, presso la Casa Rosada di Buenos Aires, fino alle 20 italiane la veglia funebre, segnata dal passaggio di un fiume di tifosi in lacrime per l’ultimo saluto al Pibe de oro, chiuso nella bara avvolta da bandiera albiceleste e maglia numero 10. La sepoltura, come indicato dalla famiglia, avverrà subito dopo la chiusura della camera ardente. Strana coincidenza, quasi in contemporanea, nell’arena partenopea che presto prenderà il suo nome, questa sera la squadra che l’ha consacrato giocherà il match di Europa League contro il Rijeka, in occasione del quale, come annunciato da Aurelio De Lurentiis, sui maxischermi sarà rappresentato il volto di chi ha regalato la vetta del calcio a Napoli. Bandiere a mezz’aste per tutti gli uffici comunali e lutto cittadino per tre giorni invece è la decisione di Luigi De Magistris.

Insufficienza cardiaca acuta, in un paziente con una miocardiopatia dilatata, insufficienza cardiaca congestizia cronica che ha generato un edema acuto del polmone“. Questo l’esito dell’autopsia, durata tre ore. Ma c’è già chi accusa i soccorsi, “sono arrivati in ritardo, di almeno mezz’ora. Chiedo che si indaghi” ha detto il suo legale argentino Matias Morla. Mentre Alfredo Cahe, medico storico del campione, punta il dito contro i propri colleghi: “non è stato curato come si sarebbe dovuto fare“.

Resta la commozione trasversale per la dipartita di un mito. Le più alte sfere religiose sono intervenute a dare l’ultimo saluto a Maradona: dal cardinale di Napoli Sepe, che nel corso della messa mattutina l’ha definito “un campione che ci ha riempito di orgoglio per essere appartenuto a questa terra“, al pontefice Bergoglio che ha inviato una lettera ed un rosario alla famiglia.

Da registrare anche qualche commento fuori luogo da parte di opinionisti noti più per i facili moralismi e la comunicazione ad effetto, che per il senso critico delle affermazioni. “Non si può piangere un cocainomane” avrebbe detto David Parenzo a Giuseppe Cruciani in privato, mentre Giampiero Mughini parla di un Maradona “ormai sfatto, frantumato da anni. Le sue ultime immagini sono raccapriccianti da un punto di vista umano. Non facciamolo santo“.

C’è poi chi del Pibe era amico oltre i ruoli, come si comprende dal post pubblicato alla notizia del decesso dal giornalista Gianni Minà, che non si limita a celebrare, non si sottrae ad un’analisi della contingenza storica del calcio di allora, imbevuto di lotte di potere e politica, più di quanto il perbenismo che ammanta questo mondo ricoperto di oro falso voglia far credere. “E ora silenzio. Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo“. Già, ora silenzio.