Stanze praticamente deserte.

Una ragazza guarda nel vuoto, bianchissima. Un giovane sbircia il suo bottino di pesca, palmo delle mani schiacciato contro il petto. Un uomo anziano, barba imponente, si appoggia a una parete.

Quelle stanze erano quelle del Museo di Capodimonte, l’altro ieri.

E quella ragazza, quel giovane e quell’uomo anziano corrispondono rispettivamente al busto di Anna Cutolo, alla statua del Pescatore e all’autoritratto del loro creatore, Vincenzo Gemito.

Tutte opere della mostra “Gemito, dalla scultura al disegno”, progetto di Sylvain Bellenger, Direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte e di Christophe Leribault, Direttore del Petit Palais di Parigi, a cura di Jean Loup Champion, Maria Tamajo Contarini e Carmine Romano.

Su questa mostra e su tutte quelle in atto nel nostro Paese l’altro ieri sera, dopo gli ultimi contingentatissimi ingressi, è caduto un immenso sipario. L’ultimo Dpcm firmato da Conte, infatti, a partire dalla giornata di ieri ha chiuso le porte dei musei di tutte le regioni d’Italia, a prescindere dal loro “colore epidemiologico”.

Io, come altri cittadini napoletani (e non), italiani (e non), sono stata lì, ieri, poco prima che venisse calato quel sipario. Con la paura che quelle opere non avrebbero potuto attendermi per tutta la durata dei lunghissimi giorni di chiusura.

E il nostro vagare di visitatori tra quei visi, quei corpi, quelle braccia, usciti dalla mente di uno dei più grandi artisti napoletani e mondiali del XIX e XX secolo, è stato ben più che interpretare il ruolo di “osservatori”.

Di fronte a quei busti, immobili e muti, non divinità o personaggi storici, ma uomini comuni, a volte zingari, a volte malati, spogli di qualsiasi sovrastruttura, eravamo nudi anche noi, avvolti dalla solitudine dei nostri ingressi centellinati.

Guardavamo quei personaggi, attendendo che ci raccontassero qualcosa.

Che ci narrassero, a parole loro, la storia di quel bambino abbandonato e poi adottato, quale è stato Vincenzo Gemito, nella Napoli di metà Ottocento, tra quei personaggi che, un giorno, avrebbe reso immortali, con le proprie opere. Del suo restare fedele alla tradizione presepiale, all’arte di Pompei ed Ercolano, seppur con lo sguardo rivolto a Parigi, altro cuore pulsante della cultura del tempo. Che ci parlassero delle amicizie con i ribelli Mancini, D’Orsi, e con Giuseppe De Nittis, unico italiano ad aver trovato un posto al tavolo dell’impressionismo francese. E poi, che ci dicessero, con parole non troppo dure, del dolore delle sue prime opere, bellissime ed incomprese, e dei suoi amori tragici per Mathilde Duffaud e per Anna Cutolo, con la follia che ne derivò.

In effetti, però, tutto questo, alla fine, ce lo hanno raccontato davvero.

Ma se avessimo chiesto loro di parlarci del presente? Se avessi sussurrato alle orecchie di creta o di carta di quelle opere:

“Il museo in cui siete chiuderà, ma i nostri centri commerciali resteranno ancora aperti”.

Come avrebbero replicato?

Meglio non saperlo.