Chi ha studiato economia tra gli anni ’80 e ’90 troverà molto familiare la frase: Napoli potrebbe vivere soltanto di turismo.    Era l’abituale conclusione di tutte le analisi economiche, di solito desolate, che in quei decenni si affastellavano sulle riveste e nelle trasmissioni televisive. Dopo aver snocciolato le sette e più piaghe d’Egitto che affliggevano Napoli fin dall’epoca dei faraoni – camorra, tessuto produttivo inesistente, disoccupazione, assistenzialismo, corruzione, carenza di infrastrutture pubbliche e reti di trasporto efficienti, inquinamento e traffico, inciviltà diffusa e generalizzata – si completava il quadro della disperazione con il contentino di una remota speranza di rinascita trainata dal turismo.

La fatidica data del 2000, anno del giubileo, avrebbe risolto tutto, importando energie esogene fresche e durevoli. Inutile dire che già dal 2 gennaio 2000 ripartì il leitmotiv del pessimismo più nero.

E adesso? Ecco, signore e signori, il turismo è servito!

Gli stessi che hanno studiato economia nei decenni sopracitati non potranno non essere quantomeno sorpresi delle critiche cittadine alla invasione pacifica dei nostri vicoli. Rumore, caos, innalzamento degli affitti di ogni buco in centro, confusione, affollamento dei mezzi pubblici e chi più ne ha più ne metta (l’intolleranza va sempre a braccetto con la fantasia più sfrenata) sembrano essere le uniche conseguenze di quel turismo tanto agognato negli scorsi decenni e ritenuto impraticabile per la scarsa civiltà dei napoletani: il solito paradiso abitato da diavoli di crociana memoria.

Chi si è accorto che lo studio dell’economia sganciato da altre narrazioni della vicenda umana (letteratura, antropologia, psicologia, sociologia) è del tutto sterile se non addirittura pernicioso, potrà attuare una sospensione del giudizio e attendere almeno qualche anno per stabilire se davvero il turismo sia una cosa buona o cattiva.

Intanto un effetto positivo lo può riscontrare facilmente chiunque. Almeno nelle strade del centro cittadino gli automobilisti hanno iniziato a rispettare le strisce pedonali. Probabilmente anche al napoletano più indisciplinato secca che il suo paraurti si sporchi di rosso e gli stranieri, questa gente bizzarra, quando vedono le strisce pedonali hanno il brutto vizio di attraversare senza dare la precedenza alle auto (gente davvero barbara).

E le periferie? Le neglette periferie da cui provengono i brutti sporchi e cattivi così efficacemente dipinti dalla Ferrante nella saga imperversante della amica geniale? A parte che ormai anche i tour cittadini si spingono verso questi margini; anche là, sospinti da un positivo senso di rivalsa, nascono i più interessanti progetti didattici e le sperimentazioni scolastiche più esaltanti. Molti nuovi e vecchi idealisti rivolgono i loro sforzi creativi proprio alle periferie, quelle lontane ai confini delle metropoli e quelle intessute nei rioni popolari dietro i grandi palazzi del benessere borghese.

Forse aveva ragione Orwell quando scrisse in 1984 “se esiste una speranza è nei prolet”?

Nei prolet allora, non nel turismo? Chissà…