Dalla morte del migrante, da cui derivò la legge Martelli, nulla è cambiato in tema di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, non solo neri

A Villa Literno si tengono oggi le celebrazioni per il trentennale dell’assassinio di Jerry Masslo. L’esule sudafricano, padre di tre figli, scappato dal regime di discriminazione razziale di Pretoria, fu ammazzato nella notte tra il 24 e il 25 agosto con tre colpi d’arma da fuoco durante una rapina, compiuta da “alcuni bianchi che riteneva più accoglienti di quelli che aveva imparato a conoscere in Sudafrica“, scriverà Amnesty International, “balordi non camorristi“, li definirà Roberto Saviano. Nella testimonianza resa da Daniela Pompei, referente della Comunità di Sant’Egidio, Villa Literno era un luogo desolato e in cui il degrado accomunava a diversi livelli italiani e stranieri: “mi sembrò che in quel paese la vita fosse difficile per tutti, soprattutto fra i lavoratori africani che non sentendosi accettati si nascondevano“. Di giorno, lavoravano nei campi di pomodoro della piana, dove la speculazione edilizia affiancava il caporalato, che così rendeva fertile il terreno per una criminalità organizzata, interessata a radicarvisi per trarre linfa dai fondi pubblici destinati all’agricoltura.

Masslo, Comunità di Sant’Egidio
Natale 1989

Il suo assassinio fu uno spartiacque per il trattamento dei rifugiati e dei lavoratori stranieri in Italia. Masslo, era arrivato in Italia nel marzo del 1988 e dopo quattro settimane, sostenuto da Amnesty International, aveva ottenuto un permesso di soggiorno temporaneo in attesa di nuova emigrazione, non potendo chiedere che gli fosse riconosciuto lo status di rifugiato. Nell’Italia degli anni Ottanta, infatti, permessi del genere erano accordati solo a chi fosse scappato dai Paesi dell’Est Europa e da pochi altri. Il principio vigente era che il migrante avrebbe dovuto chiedere diritto d’asilo o altro agli Stati attraversati illegalmente nel viaggio verso la nostra penisola. Ospite della Tenda di Abramo, il centro di accoglienza che la Comunità di Sant’Egidio aveva a Trastevere, sognava di andare in Canada.

E dopo lavori sporadici, quali il muratore in cantieri edili e lo scaricatore di merci al mercato ortofrutticolo, era giunto nel casertano, per racimolare i soldi del viaggio verso il nord America. Alla sua morte ci furono le prime grandi manifestazioni antirazziste nazionali, cui seguì l’approvazione dei primi provvedimenti per la protezione dei rifugiati extraeuropei e la regolarizzazione dei migranti con la legge Martelli, che per la prima volta toglie il vincolo geografico a chi chiede il riconoscimento dello status di rifugiato. In una nota, la Cgil dice che “ricordare il sacrificio di Masslo vuol dire continuare a combattere razzismo, caporalato e lavoro nero senza sosta, in ogni luogo“.

Dalla fine degli anni Ottanta, molte cose sono cambiate, ma lo sfruttamento al limite della schiavitù resta. Nel IV rapporto Flai-Cgil su agromafie e caporalato, si legge che quest’ultimo nella filiera agroalimentare ha creato nel 2018 un’economia illegale pari a 5 miliardi di euro, ponendo in condizioni di grave vulnerabilità sociale e forte sofferenza occupazionale più di centotrentadue mila lavoratori, dei quattrocentotrenta mila esposti al rischio di ingaggio irregolare.

A questi dati, fa eco il monito della Comunità di Sant’Egidio. A trent’anni dalla sua morte, “l’Italia, se tiene al suo futuro, deve allontanare ogni radice di odio e di discriminazione e puntare su integrazione, diritti e un lavoro dignitoso per tutti“.

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