Caro Babbo detto Natale,

anche quest’anno ti attendiamo con tante speranze e con qualche angoscia. Sei il nostro Godot, confidiamo in te, sei la nostra bussola, non farti desiderare perché noi napoletani – che pure abbiamo un  rapporto quasi filosofico con il tempo (“C verimm a na cert ora”) – ti aspettiamo da un anno, dal tuo arrivo dell’anno scorso. E non siamo più nella pelle, non ce la facciamo a stare senza di te nemmeno un secondo in più.  

Caro Babbuccio, cosa possiamo chiederti noi napoletani che abbiamo la fortuna di avere il sole, il mare, ‘o Vesuvio? Sono queste le nostre ricchezze che gli invidiosi che hanno la nebbia nel cuore e nel cervello non ci perdonano. E più hanno un orizzonte grigio, più sognano di diventare napoletani.

Eppure, caro Babbetto, tu ci conosci molto bene, e sai che dietro il nostro sorriso spesso si nascondono i dolori e le angosce dell’anima, di un presente che per molti di noi è pieno di ombre, di incertezze, di precarietà e disagi. E’ la vita che ci è dato vivere, sono i tempi bui di passioni tristi ed effimere.

Anche in questi giorni, anzi, soprattutto in questi giorni, girando per i quartieri, potrai vedere che il tempo cammina lento, anzi scorre invano, senza scalfire le angosce che ci toccano quotidianamente.    

L’anno che muore è stato pieno di vertenze di lavoro che hanno visto intere famiglie devastate dalla perdita della speranza. Ma noi, nonostante tutto non perdiamo la nostra dose di ottimismo, non perdiamo il buon umore, crediamo che solidarietà, senso di comunità possano fare da baluardo contro questa tempesta. Noi napoletani siamo disincantati, scettici per definizione e arriviamo persino a credere – non ci costa nulla – che un giorno la politica si accorgerà di noi. Hai visto mai? Potrebbe addirittura accadere. E quello sì sarebbe un inizio. Pensi che ci stiamo illudendo troppo?

Ma non partiamo, fortunatamente, da zero. La nostra bella città è una capitale, se non la capitale del Mediterraneo. Migliaia e migliaia di turisti, italiani e stranieri, la visitano in ogni giorno dell’anno perché avvertono che qui sopravvive un’anima, un sentimento che altrove è andato disperso. Ma noi non siamo ciechi, perché sentiamo addosso, sulla nostra pelle, i dolori delle zone più ombrose che vanno riqualificate, la presenza del malaffare, della malavita che ci opprime e non ci fa crescere, dei ragazzi di “miez a via” che imboccano brutte strade come se fosse un destino ineluttabile. E dei nostri talenti costretti, come i loro padri a scappare, a cercare fortuna in altre parti del mondo.

Vogliamo rivolgerti, ci perdonerai, un appello: evitiamo la retorica del vogliamoci bene. Noi napoletani non dimentichiamo e non perdoniamo chi viene per ipocriti passerelle, ma che pensa in cuor suo che siamo brutti sporchi e … napoletani. Chi fino ieri ci schifava, e oggi ci promette il paradiso. Il loro, non il nostro. Spero che la gente lo comprenda fino in fondo e non si lasci abbindolare dalle false sirene.

Un’ultima preghiera. E’ importante, non come le altre, ma non è frivola: cerca di prendere per mano Gattuso e fagli trovare nel presepe tanta energia per ridare alla nostra amata squadra la grinta perduta. Sembra che i nostri giocatori abbiano smarrito l’incanto. Ebbene, non so come, fai tu, fa in modo che questo riappaia. Il Napoli non merita di tornare nella mediocrità, nel purgatorio.

Caro Babbo Natale, ti chiediamo troppo? Certo, ma se non ci rivolgiamo a Te, con chi parliamo?