Tiziana, quando la vita diventa un’insopportabile gogna mediatica 

Di Tiziana non scriveremo il cognome né altro che non sia il suo nome: diremo però che aveva 31 anni e che, con un foulard, ha soffocato il dolore e l’angoscia di una vita che non riusciva più a desiderare. Una vita reale , di ragazza graziosa, con genitori che le volevano bene. Resa insopportabile e intollerabile da un’altra vita. Quella virtuale che si svolge sui social e in rete.  Tiziana  era incappata nella cosiddetta gogna mediatica. C’era un suo video intimo che circolava a forza di condivisioni. C’erano le migliaia di commenti di quelli che Eco ha definito legioni di imbecilli cui sono state aperte le porte del bar, per sentirsi qualcuno con un post o un commento virtuale. Tiziana è lentamente, dolorosamente, finita nella melma prodotta dalla fogna che si riversa in rete ogni giorno, tutti i giorni. Pronta con un click a rinascere ancora e ancora. Tiziana le ha provate tutte: ha cambiato città. Ha trascinato in tribunale entità astratte  e potentissime come motori di ricerca e social , che continuavano a tenere in rete quel video. Accoltellandola ogni giorno e ancora, con ferocia. Ma non puoi combattere sempre e contro un sistema che, ad ogni livello, sembra  tutelare i peggiori. Neppure se hai 31 anni e un sorriso che apre il cuore alla vita. Con quel foulard ha detto basta allo schifo che l’aveva travolta.

Ora: questo schifo, qualcuno dovrà pur affrontarlo. E mettere fine alle gogne mediatiche. Agli insulti, agli sfottò, alla grevità, alla volgarità.  A chi, nascosto dietro una tastiera, ritiene di poter scrivere e postare tutta la merda ( sì, merda) di cui è composta la propria anima.

Deve essere una risposta politica, certo. Se non ci fosse una ragazza appesa ad un foulard, potrebbe apparire ridicolo pensare ai nostri politici – proprio loro, gli incapaci di qualsiasi cosa – impegnati a trovare soluzioni utili al vivere comune della vita reale.

Tiziana aveva 31 anni e poteva essere figlia o sorella di tutti: non dire altro di lei significa rispettare il suo desiderio di essere dimenticata dal mondo virtuale che l’aveva distrutta. Ma siamo noi, qui e ora, a non doverla dimenticare per renderle giustizia.

Rossana Gismondi, giornalista

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