Tito Andronico e Giulio Cesare in un luogo senza tempo, perché solca i secoli per parlare all’uomo della materia di cui è fatta la sua anima.

Il dialogo è vivace, a tratti serrato, a volte cantato. Franco Cordelli ha scritto che le musiche di Umebayashi permeano il tono classico con quello contemporaneo, aiutando i personaggi ad uscire da se stessi, diventando persone. E proprio nel diventare persone moderne, si rendono senza tempo. Questa introspezione è favorita dalle pause di riflessione e dalle domande rivolte al pubblico, incalzato da un’ironia che all’inizio sconcerta, ma sul finale smorza la tensione.

Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Scotti, Rosario Tedesco, Isacco Venturini, Andrea Sorrentino, Nicola Ciaffoni. Guidati dalla regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa, portano in scena dal 13 al 24 marzo due opere di Shakespeare, riflettendo sulle conseguenze del potere.

TEATRO BELLINI

Via Conte di Ruvo 14 – tel. +39 081.5491266 – Fax +39 081.5499656

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Dal 13 al 24 marzo

“TITO/GIULIO CESARE”
2 riscritture originali da Shakespeare

Tito, reduce da undici anni di guerre, cerca nella propria casa la felicità perduta con la morte di due dei suoi figli, rinunciando all’impero in nome della pace. Ma lo fa dopo aver scelto di uccidere il figlio della regina Tamora, da lui resa schiava dopo averne conquistato il regno.

Con questa condanna a morte di un bambino, Tito segna l’inizio di una storia di pace mancata. L’amore tradito perpetua il proprio dolore negli eventi che hanno il punto focale in un’altra risposta. La domanda retorica della regina in cerca di vendetta è la scelta se essere “innamorati morti” o “amanti vivi“. Dal desiderio di vendetta di una donna nasce la brutalizzazione che i suoi figli realizzano sulla giovane figlia di Tito. Lavinia, mutilata e ripetutamente violentata.

Come fanno le persone normali a sopportare senza vendetta? Sopportano perché la vendetta non è alla loro portata“.

Così Tito pone fine a questa storia con l’ultimo omicidio, che decreta la morte di tutti nell’atto di antropofagia finale. Nel banchetto in cui si gustano le membra dei propri figli, violentatori degli altrui, vittime e carnefici assumono lo sguardo fiero e il sorriso sghignazzante di quello che Hobbes avrebbe chiamato Homo homini lupus. L’uomo si ciba dell’altro uomo come può, soggiogandolo con la violenza fino all’estremo atto del cannibalismo. La ragione ce la da Tito.

La guerra è nell’uomo. Ogni uomo ci è nemico perché pretende ciò che vogliamo noi. Conosceremo solo la stanchezza della guerra e la chiameremo pace“.

Pater patriae in versione pater familias è, invece, Giulio Cesare. Al centro della scena c’è la salma del tiranno, sulla quale viene versata della terra, letteralmente cascata dal cielo in seguito alle pugnalate infertegli nelle idi di marzo. Inizia un una commistione di elementi che si fondono malamente, fino a creare mostri in termini di umanità e di apparati di potere.

Ho pugnalato il corpo dello Stato. Nessun uomo si innalzi mai fino ad oscurare l’unico volto: Roma“.

Con questa confessione, Bruto chiama in causa Cassio e Casca oltre al popolo tutto, di cui lo spettatore diventa parte. Se nel primo atto l’amore filiale e fraterno genera lo stupro, sfregio massimo verso la figura del padre, non essendoci mediazione di alcuna figura materna, in questo secondo atto l’amore filiale giustifica l’assassinio del proprio padre in difesa della propria madre patria.

Cesare è il violentatore della nostra unica madre. La patria è stata trattata non come una madre da amare ma come una puttana da usare“.

E’ sempre Bruto a chiarire il suo gesto, mentre sul palco un uomo senza volto versa della terra sulla salma di Cesare. Il tonfo della pala nella terra riecheggia quello delle pugnalate inflitte al corpo dello Stato. Mentre Cassio incita Bruto a prendere il potere proprio in virtù della doppia figliolanza, quella verso Cesare e quella verso Roma. Si esplicita un conflitto edipico, il cui climax è raggiunto in un invito.

Prendi il potere, uccidi gli avversari senza clemenza. Sii rivoluzionario. Contesta Cesare facendo ciò che faceva“.

L’assassinio come salvezza, perché atto di provvidenza comune sfocia nell’uso leggero della vendetta come strumento di potere tramite la sopraffazione. Le musiche irrompono tra le fila degli spettatori, ora parte integrante della scena, in qualità di popolo. Bruto, Cassio, Casca decantano le conseguenze di uno Stato senza volto. Mentre Cesare acquista tratti più dolci grazie al tempo e alla memoria e la maggioranza del popolo acquisisce le sembianze di Dio.

Inizia la barbarie, fatta di massacro e umiliazione, in un contesto alla Homo homini lupus in cui la pace è violata dagli uomini più disperati, quindi più vivi. In questo nuovo contesto, gli uomini nuovi sono i più feroci, creano barriere sotto forma di muri. Dichiarando l’inizio di una nuova era, un’età dell’oro da sempre cercata e mai raggiunta, soprattutto nell’oggi, che inizia con quattro salme su un palcoscenico, mentre

Del Padre è il Regno, la Potenza, la Gloria nei secoli. Il padre lo si vince se uccidiamo noi stessi“.

Dalle pagine del Pickwick si parla di un fedele tradimento del Giulio Cesare shakespeariano, in cui ad agire non sono eroi ma uomini.

Uomini più moderni che antichi, data la mancanza di un’etica forte. I costumi e il trucco ce lo suggeriscono tra giochi di chiaroscuri e suoni prodotti dagli stessi attori con l’uso di utensili e del palco stesso. Da elemento accessorio, quest’ultimo si è trasformato in viscera dello spettacolo. Da qui fuoriescono gli assassini di Cesare, qui è adagiata la sua salma, qui avviene lo stupro di Lavinia, qui versa le sue lacrime la regina per lo sfregio mortale al suo bambino.

Tito/Giulio Cesare è una riflessione su quanto la ricerca del consenso, e con esso del potere, influenzi le nostre scelte. Nonostante la consapevolezza che la maggioranza segue il verso del vento più forte che soffia in un dato momento nell’ambiente in cui siamo. E’ una riflessione sul rapporto di amore e odio con il padre, desiderosi come siamo di essere artefici di noi stessi. Fino a procrastinare gli stessi errori compiuti dai padri stessi, forse con maggiore efferatezza, se è vero che entrambe le storie raccontano di una Storia racchiusa in spirali di violenze sempre più efferate.