“I Campi Flegrei tornano a respirare”.

Ecco come un sensibile naturalista di mia conoscenza ha commentato le tre scosse che, nella notte tra il 25 e il 26 aprile, in Campania, hanno strappato dal sonno i cittadini dell’area flegrea.

Il primo evento sismico, di magnitudo 2.0 è stato registrato alle ore 4:16, il secondo, di magnitudo 2.5 risale alle 4:41, mentre l’ultimo, il più forte, di magnitudo 3.1, è avvenuto alle ore 4:59. Questi i punti apicali di uno sciame sismico costituito da più di 30 eventi condensati in poche ore, con ipocentro collocato a 2,5 Km di profondità, nelle zone Solfatara-Pisciarelli, particolarmente attive, a Pozzuoli, negli ultimi anni.

Sì, la terra ha respirato, usando un verbo proprio della lingua della Natura, ma che nell’idioma di chi abita sul suo petto è tradotto come “terremoto”, spesso come “paura”. E, in questo caso, anche come “beffa”.

La beffa dell’ “io resto a casa perché così mi salvo dal virus” che si scontra con l’ “io forse dovrei uscire per salvarmi dal terremoto”.
E, come se non bastasse, proprio a quattro ore dalla fine della giornata della Festa della Liberazione.

Un ritorno all’intensa attività bradisismica degli anni Ottanta? O uno sciame sismico fin troppo mite, per uno dei super vulcani più pericolosi al mondo?
Pare, in ogni caso, che non ci siano reali motivi di preoccupazione.

Darci risposte sempre più certe sarà, comunque, lavoro per ricercatori e divulgatori.

A noi, invece, spetterà un altro compito.
Soprattutto a chi, come me, abita in un quartiere di Napoli che strizza l’occhio alla zona flegrea, con cui è confinante (e a cui, in fondo, appartiene, per vocazione ed elezione), e che ammira le bocche spalancate di quel magnifico mostro quali sono i Campi Flegrei, di quella seducente pianta carnivora che ci invita ad adagiarci sulle sue forme, di una bellezza in virtù della quale accettiamo di convivere con il continuo timore di scivolare nelle sue viscere.

Dovremo, noi tutti, quindi, impegnarci ad estendere la consapevolezza di ciò che realmente accade sopra e sotto la nostra terra, da un livello prettamente locale ad una dimensione più alta, sorvegliando affinché l’eco mediatica di ciò che viviamo in prima persona si mantenga corretta ed attinente al vero, e che non cada, in questo delicato passaggio, nella tentazione di generalizzazioni e luoghi comuni considerati, dai mass media, pericolosamente sexy.

E tutto questo affinché non accadano più mistificazioni come quelle che riguardarono il racconto dei media del terremoto di Ischia del 2017, a cui sono scampata per miracolo, proposto come evento reso disastroso non per la sua effettiva forza, ma per azioni umane vendute all’abusivismo e a scelte di comodo.

In quell’occasione, seppi urlare la verità, attraverso la tastiera del mio PC, a molte testate giornalistiche. I tasti che premevo gridavano che il sisma c’era stato, eccome, e che aveva quasi distrutto l’enorme albergo in cui mi trovavo…che non potete immaginare, informatevi sui fatti!

La prossima volta, semmai dovesse esserci una prossima volta, sarò pronta, insieme a voi, a fare lo stesso.
Ascolteranno la nostra voce? Non possiamo saperlo.

Nel frattempo, però, avremo saputo raccogliere il respiro della nostra terra, trasformando quel fiato in un’unica voce tonante.