#Indignazione. Di questo siamo capaci tutti. Siamo bravissimi ad irritarci nello spazio di 140 caratteri. Oltre proprio no, troppo impegnativo.

Quando eravamo più giovani scendevamo nelle piazze, si preparavano striscioni, ci si inventava slogan magari con la rima, ci si truccava il volto in segno di protesta. Oggi proprio no, troppo faticoso.

Vuoi mettere”, faccio un figurone: una frase ad effetto, magari con l’aggiunta di una foto ed il post è fatto. Poi comincia la conta dei like e delle condivisioni.

Oggi ci si può indignare comodamente sdraiati su proprio divano, o a tavola mentre si consuma un pasto, in tram tra un tragitto e l’altro e perché non anche nella toilette. Basta un cancelletto, anzi no, un hashtag ed il gioco è fatto.

Si apre tutto un mondo, il mondo virtuale delle emozioni.

I ragazzi cominciano le loro storie “sentendosi”. “Mi sto sentendo con una”, che significa nel nostro tempo, in realtà che stanno chattando. Già una cosa differente da sentirsi per telefono come si faceva una volta. Nemmeno il supporto della voce, che comunque veicola emozioni attraverso toni, tremori, sbavature.

Molte storie si consumano in quello spazio del “sentirsi”, non riescono nemmeno ad avere una evoluzione.

Nessun odore, nessuno sguardo, nessun battito, tutto concentrato in quella scatola micidiale che sono i nostri telefoni.

La scatola nera della nostra vita. Lo rappresenta benissimo Paolo Genovese nel suo film “Perfetti sconosciuti”, questo mondo del non sapere quasi per scelta. Viviamo anni, tanti anni, con amici, parenti, figli, amanti, mariti, mogli, senza sapere poco più di nulla l’uno dell’altro. Confinati nella scatole luminosa, nell’hashtag di una notte.

Ragazzi, ribellatevi. Riprendetevi in mano la vita, le vostre emozioni, uscite dal confine che avete tracciato intorno a voi ed alle vostre emozioni. Indignatevi, scendete in piazza, protestate. Altrimenti sarete sopraffatti da questa immensa bolla nella quale la vita più che una esistenza, un divenire, è una statica sequenza di immagini con tanti grigi, poca luce, pochissime sfumature di colore e tanta ma tanta dissolvenza.

Patrizia Sgambati