Due anni  fa il centro antico di Napoli  fu palcoscenico temporaneo di una spettacolare sfilata di abiti sgargianti griffati Dolce e Gabbana, costumi artistici che si ispiravano al folklore partenopeo; ora interi rioni popolari cittadini si rivestono, in modo permanete, grazie alla street art , ai colorati e luminosi murales firmati Jorit.

Giovane artista, italo-olandese, nato e vissuto a Napoli, Jorit esegue con grande abilità tecnica originali graffiti, avvalendosi spesso di vernice a spruzzo.

Dal 2007 è arrivato  alla ribalta  assumendo una specifica identità  alla pari di quelle anonime facciate di edifici periferici, sulle quali ha impresso giganteschi ritratti di grande impatto visivo ed emozionale, che hanno destato una favorevole attenzione di pubblico. Un ritratto tra tanti: lo straordinario San Gennaro posto sulla facciata del palazzo all’angolo di Forcella e prospiciente via Duomo.

Il Patrono napoletano domina dall’alto, imponendosi ancor più di quello bronzeo posto, non molto distante, all’apice della guglia di piazzetta Riario Sforza. Un San Gennaro vero, reale, non dissimile da quello che nell’Ottocento immaginò Dumas padre: un napoletano tra tanti, uno del popolo; c’è infatti, chi ha voluto vedere nel volto del santo martire una somiglianza con Nunzio Giuliano, pentito della camorra, assassinato per essersi affrancato da una realtà corrotta. Quel volto che non ha nulla di ieratico delle vecchie iconografie, se non in comune la stessa sacra autorevolezza, si impone come protettore della sua gente. Come i numi tutelari posti anticamente agli incroci stradali, egli sorveglia e custodisce un rione per molto tempo dimenticato e ricordato solo per fatti luttuosi. Simbolo di chi sa cambiare, di chi crede in un riscatto sia individuale che collettivo, del quartiere e dell’intera città.

Sono tanti i volti più o meno noti, personaggi famosi o semplici individui, che fanno da modello ai suoi ritratti; di ognuno di essi, attraverso una grande capacità espressiva, l’artista sa rendere l’anima, quel tratto distintivo che li caratterizza. Tra i molti volti   consegnati alla città, l’unico che non permette di vedere è il suo: lavora nell’anonimato ai suoi graffiti coperto da un passamontagna e trasmettendo la propria essenza negli occhi vivi e dignitosamente fieri, di molti suoi “eroi contemporanei“, in cui forse in parte si rispecchia.

Sono sguardi profondi, sguardi  di speranza, di chi non si lascia vincere, di chi non soccombe alle prove della vita ma riesce a trovare il coraggio per reagire e combattere fino in fondo la propria battaglia. Così come Ilaria Cucchi, protagonista del suo ultimo murales, il cui volto è segnato da due strisce rosse, cifra stilistica di molti ritratti dell’artista, strisce che alludono a quelle dei guerrieri di antiche tribù africane. L’Africa ha sempre attratto il giovane artista che nei suoi frequenti soggiorni ha approfondito la cultura indigena, attingendo ispirazione in particolare dai rituali magici-curativi.

Il senso della comunità, della collettività, il non sentirsi soli ma parte integrante di un insieme di persone, è un concetto più volte sottolineato dall’artista, una sorte di titanismo leopardiano, una solidarietà nella sofferenza comune.

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Ancora un volto femminile, una bambina nomade di nove anni appare nella periferia est del capoluogo, su un’ intera facciata di venti metri che si apre sul campo rom di Ponticelli, reso tristemente famoso dopo un violento distruttivo incendio. Una giovane fanciulla dalla tipica bellezza popolare che tuttavia, pur nel sua evidente naturalezza, conserva quella elegante classicità dei grandi ritratti del passato: un Antea del Parmigianino in chiave napoletana che diviene monito dell’infanzia violata, della tutela dei minori e segno di un riscatto dei più indifesi. Con le sue gote, anch’esse sottolineate da strisce rosse, la Piccola Ael sembra sorridere fiduciosa in un futuro migliore.

Un’altra protagonista femminile è Ahed Tamimi , la ragazzina di diciotto anni dipinta sul muro di separazione israeliano a Betlemme, divenuta simbolo della resistenza palestinese per aver contestato un militare e aver patito il carcere, carcere di cui lo stesso Jorit ha fatto esperienza per aver denunciato visivamente l’eroina di tale tale episodio.

Molti dei  ritratti  scelti per decorare il contesto urbano napoletano appartengono anche a quei  “idoli “, che hanno saputo donare momenti di gioia a un popolo da sempre gravato da tanti problemi e difficoltà.

Maradona, Massimo Troisi, dispensatori di spensieratezza, entrambi accomunati da un triste destino.Il calciatore argentino, affiancato da uno “scugnizzo” napoletano, si staglia su un murales di un edificio di San Giovanni a Teduccio, in quel Bronx dove la gioventù attende un riscatto anche semplicemente agognato in un torneo di calcio.

Il comico napoletano nobilita con la propria immagine ciò che prima era una squallida stazione della circumvesuviana di San Giorgio a Cremano. Egli  è emblema di chi è riuscito ad affermarsi superando i confini di un augusto provincialismo, ma sul cui volto traspare sempre una dolce malinconia, uno spirito sognante di chi è ancora diretto verso nuove mete.

Una galleria di esseri umani, tutti resi dal giovane artista con uno straordinario naturalismo, erede della grande tradizione figurativa del Seicento napoletano, iniziata con la presenza in città del grande e rivoluzionario Caravaggio a cui più volte lo stesso Jorit ha ammesso d’ispirarsi. Come il pittore lombardo, anche l’artista partenopeo prende come modelli delle proprie raffigurazioni soggetti tratti dalla semplice realtà quotidiana, donando loro grande dignità formale e morale.

Diversamente però da Caravaggio, le cui opere spesso non vennero comprese dalla committenza e furono rifiutate in quanto considerate dissacranti, nel caso di Jorit l’opinione pubblica e le varie autorità locali sembrano gradire e  favorire la sua street art.

 

Annamaria Pucino