“Storie Mitologiche”: Amori Mitologici

Storie eterne di amori immortali

(a cura di Giorgio Manusakis)

12° Puntata, seguito della 11°Puntata

L’amore oltre la morte

…, però, Orfeo non si diede per vinto, ma tornò a pregare gli dei degli inferi:“Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un’altra volta: il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere: dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo.” (Ovidio – Metamorfosi libro X vv.73-75). Dopo aver compreso che nulla ormai avrebbe potuto ridargli l’amata Euridice, Orfeo tornò in Tracia e qui, come spesso accade nel mito, le versioni di ciò che accadde a Orfeo sono diverse. Tutte concordano nel dire che rifiutò l’amore di ogni altra donna, ma mentre Pausania afferma che fu Zeus ad uccidere Orfeo con una delle sue folgori perché, istituendo i Misteri di Apollo in Tracia, si rese colpevole di aver divulgato i segreti degli dei, Virgilio, nelle “Georgiche”, ci narra: “Raccontano che per sette mesi continui egli pianse, solo con se stesso, sotto un’aerea rupe presso l’onda dello Strimone deserto, e narrava la sua storia nei gelidi antri, addolcendo le tigri e facendo muovere le querce con il canto” (Virgilio, Georgiche, vv.506-509)e prosegue spiegando la sua morte: “Nessun amore o nessun connubio piegò l’animo di Orfeo. Percorreva solitario i ghiacci iperborei e il nevoso Tanai, e le lande non mai prive delle brine rifee, gemendo la rapita Euridice e l’inutile dono di Dite. Spregiate dalla sua fedeltà le donne dei Ciconi (popolazione tracia abitante la vallata dell’Ebro, n.d.r.), fra riti divini e notturne orge di Bacco, fatto a brani il giovane lo sparsero per i vasti campi. E ancora mentre l’eagrio Ebro volgeva tra i gorghi il capo staccato dal collo marmoreo, la voce da sola con la gelida lingua, ‘Euridice, ahi sventurata Euridice’, invocava mentre la vita fuggiva: Euridice echeggiavano le rive da tutta la corrente del fiume.” (Virgilio, Georgiche, vv.515-526).Ovidio, ne “Le Metamorfosi”, sostiene la tesi secondo la quale Orfeo diresse il suo amore verso i giovinetti inventando la pederastia e spingendo ad essa anche gli altri uomini della Tracia, attirandosi le ire delle donne che, come già in Virgilio, lo uccisero facendolo a pezzi e tagliandogli la testa. Alla morte di Orfeo, narra sempre Ovidio, gli alberi, gli animali e tutta la natura lo piansero immensamente e, aggiunge il poeta, “dicono che perfino i fiumi si gonfiarono delle proprie lacrime e che le Naiadi e le Driadi si rivestirono di opprimenti veli neri e scompigliarono le loro chiome.” (Ovidio – Metamorfosi libro XI vv.47-49). La testa del mitico cantore, trasportata prima dal fiume Ebro e poi dal mare, arrivò all’isola di Lesbo, dove un maligno serpente avrebbe voluto farla a pezzi tra le sue fauci, ma intervenne Apollo che pietrificò il serpente quindi, sempre seguendo il racconto di Ovidio, “l’ombra del vate scese sotto terra e riconobbe tutti quei luoghi che già aveva visto in un tempo precedente: andò a cercare Euridice nei campi destinati alle anime pie, ve la trovò e l’abbracciò con trasporto. E lì si aggirano l’uno accanto all’altra: talora Orfeo la segue, talora la precede e si volta a guardare la sua donna senza più alcun timore.” (Ovidio – Metamorfosi libro XI vv.61-66). E fu così che finalmente i due innamorati si ricongiunsero e furono per sempre uniti, facendo vivere il loro amore anche dopo la morte. Ma una storia d’amore così bella, dopo aver appassionato e commosso uomini e dei prima in terra e poi negli inferi, non poteva non riflettersi in cielo. Infatti Igino Astronomo, nella sua ‘De Astronomia’, narra che Apollo e le muse posero l’immagine di Orfeo in cielo facendone la costellazione della Lira, in modo che la sua storia fosse per sempre sotto, anzi, sopra gli occhi di tutti.

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