Non so voi, ma se a me avessero detto che, Luis Sepúlveda, se ne sarebbe andato via il giorno 16 aprile del 2020, a settant’anni, vittima della COVID-19, una delle più grandi epidemie di tutti i tempi, non ci avrei sicuramente creduto.

Eppure, è successo proprio così. E nella sua tomba stanno finendo, in queste ore, anche i pezzi di ognuno di noi, perché si muore un po’ alla volta quando se ne vanno via quegli scrittori che, nelle nostre vite, hanno saputo osservarci e farsi osservare, senza limitarsi ad essere caratteri tipografici finiti, più o meno per caso, nelle nostre librerie.

Se avete letto almeno uno degli articoli che vi avrà intercettato a pochi minuti dall’ultimo respiro dello scrittore, sarete diventati già forti conoscitori dei diversi aspetti della sua vita straordinaria, tanto che sarebbe superfluo, adesso, raccontarvi dei suoi ideali politici, sociali, delle sue lotte e denunce ambientali ed umane.

Ma non saprete mai, a meno che non ve lo racconti io, cosa abbia fatto Luis Sepúlveda come scrittore per me, per la mia vita. Perché, se è vero che le cose esistono solo quando le guardiamo, e che non possiamo percepire la realtà se non dall’interno dei confini del nostro corpo e dei nostri sensi, in me Sepúlveda ha cominciato a vivere mettendo piede nella mia aula, in prima media, saltando fuori dal libro di narrativa che la professoressa di lettere ci aveva chiesto di acquistare e di portare in classe.

Storia di una Gabbianella e del Gatto che le Insegnò a Volare. Un titolo lungo, importante, e completato dalla dicitura “romanzo”, che tanto mi inorgogliva sulle mie capacità di lettrice di opere serie, scritte da autori dai nomi lunghi, complessi, esotici, che bisognava fare pratica per poterli pronunciare. Ma era un libro con cui sembrava si potesse anche giocare. Copertina rosso fuoco, una scena del film d’animazione tratto dal romanzo che troneggiava al centro, illustrazioni dal tratto a matita per ogni capitolo.

L’ultima volta che abbia visto Sepúlveda nella mia classe, invece, fu quando proprio non ce la feci più a zittire i mille pensieri che sgomitavano nella mia testa, appena terminata la lettura del libro, e, tutto d’un fiato, feci quello che era destinato a diventare il mio primo commento importante ad un libro da me letto.

Al professore che mi ascoltava, in compresenza con la professoressa di lettere, dissi tutto, ma proprio tutto quello che le mille immagini tratte da quel libro mi dicevano all’orecchio. Cominciai a raccontare, come se l’avessi visto con i miei occhi, di quel gatto nero sfuggito per un pelo allo stomaco di un pellicano, e motivo delle infinite preoccupazioni di sua madre, che conosceva bene quanto il suo colore potesse essere motivo di un odio pericoloso, da parte dell’uomo, animale spesso preda di razzismo e superstizione.

E poi quello stesso nero, nero petrolio, sul corpo della gabbiana agonizzante, per la peste nera, che se ne frega se sei un gatto, se ne frega se sei nero, e a cui serve solo sapere che tu sia un buon essere vivente a cui affidare il suo piccolo uovo.

E che un gatto nero può soffrire tantissimo al pensiero che muoia la gabbiana appena incontrata, e che, per giunta, gli sembra anche mezza pazza, tanto da prometterle di insegnare al suo pulcino a volare, perché, tanto, si troverà sempre un motivo per non badare alle differenze, se vogliamo aiutare qualcuno, e per considerare l’altro diverso, se non vogliamo farlo.

Diventai rossa, finii le parole e il fiato. Il professore chiese ai miei compagni di classe di farmi un applauso. A me sembrò, così, di essere precipitata nel bel mezzo di in un programma televisivo, in qualità di ospite lusingata dal conduttore ed apprezzata dal pubblico.

E, su quell’applauso, Sepúlveda uscisti, senza farti notare, da quell’aula, sapendo, che, la volta successiva, sarei stata io a cercarti, nelle mie letture e nei miei pensieri di adulta.

Adesso, però, sei andato via dalla vita di tutti, lottando, come la tua gabbiana, contro la tua peste nera. E anche noi, come Zorba, facevamo il tifo per te, chiedendoti di non morire.

Ma, come lei, ci hai affidato qualcosa di preziosissimo, che ognuno di noi saprà come proteggere, covare, e far librare in volo.