Se vi parlo di scogli, costumi e grotte, cosa credete che abbia in mente?

Nostalgia per le vacanze appena finite? Immagini di un Ferragosto appena trascorso? O un’allusione a preoccupanti scenari di assembramenti estivi?

No, niente di tutto questo.

Sto pensando semplicemente al presepe.

Sì, al presepe. Quello napoletano del Settecento, per l’esattezza.

Non temete, non sono vittima dell’eccessiva calura estiva, ma solo reduce da una di quelle letture entusiasmanti che, spesso, solo i caldi venti di agosto sanno soffiare sulle nostre librerie. Si tratta de Il presepe napoletano del XVIII secolo presso l’Istituto d’Arte di Chicago, titolo che vi ho riportato in italiano, benché il volume sia in lingua inglese.

Sì, avete letto bene. Stiamo parlando di un testo relativo ad una collezione di pastori conservata presso un prestigioso museo “Made in USA”. E vi dirò di più. Quelle duecento statue sono state realizzate dai più noti scultori ed artisti presepiali della Napoli del XVIII secolo, rappresentando, così, una collezione mai vista prima in un museo d’oltreoceano. Mi basta solo dirvi che il direttore dell’Istituto d’Arte di Chicago, Sylvain Bellenger, che tanto si è prodigato nella sua acquisizione, adesso, è il direttore del napoletanissimo Museo e Real Bosco di Capodimonte.

Il libro, progettato e scritto, oltre che dal direttore del nostro amato museo, anche da Carmine Romano, grande esperto in materia presepiale, vi offrirà, se deciderete di leggerlo, una galleria di immagini, temi e storie di interesse unico.

Oltre ad illustrare le figure e i motivi alla base dell’esemplare presente presso l’Istituto d’Arte di Chicago, il libro provvede ad una disamina dei temi alla base del vero presepe napoletano del Settecento, tra cui la scenografia (o scoglio), i simbolismi legati ai personaggi principali, e i finimenti, ossia alle sofisticate miniature indispensabili quanto i personaggi più visibili.

Attraverso questi elementi, veniamo trascinati in un universo di simboli in cui, l’apparente caos del presepe napoletano, diventa una scaffalatura ordinatissima in cui ogni topos trova la sua precisa collocazione.

Nel luogo dove il sacro e il profano sanno fondersi, più che confondersi, in cui le macerie del tempio in rovina su cui sorge la scena della Natività ci parlano delle suggestioni dei “recenti”, per l’epoca, ritrovamenti di Pompei ed Ercolano, in cui l’anacronismo è così fisiologico da passare inosservato, nel corso della lettura del testo, i nostri immancabili ricordi legati ai tanto cari presepi domestici iniziano ad intrecciarsi con quelli di Riccardo Muti, Peppe Barra, ed altre personalità di spicco che sanno riscaldare la nostra lettura con il tepore di immagini e di sentimenti pieni di gratitudine nei confronti di Napoli e del suo presepe tradizionale.

Insomma, questo è un libro che si potrebbe definire davvero “necessario”, com’è tanto in voga dire oggi.

Come “necessaria” è la storia di questo presepe che vo’ fa’ l’americano, ma con l’orgoglio di un napoletano DOC.