Storia della Camorra – Capitolo III

Dall’Unità d’Italia all’ultimo Dopoguerra

La Camorra, definita come La Bella Società Riformata, si costituì ufficialmente nel
1820 nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, a Porta Capuana.
Per accedere all’Organizzazione, si doveva passare attraverso un Rito d’Iniziazione detto Zumpata, che consisteva in una sorta di Duello rusticano, a imitazione dei duelli tra i nobili, usando però il coltello al posto della spada.
La Camorra si era impiantata nei quartieri più emarginati delle città e si era organizzata in famiglie (o Clan), capitanate da criminali provenienti dagli strati più bassi della popolazione, i quali si erano messi, come mercenari, al servizio dei ceti sociali più elevati e, come si legge in un documento dell’epoca, riportato da Gigi Fiore (il già citato giornalista de Il Mattino) nel suo libro Potere camorristico, avevano il controllo delle bische ed esercitavano continui soprusi ai danni della gente più povera.
Sotto il regno di Francesco I, la Camorra era favorita dalla casa reale, e alle organizzazioni camorristiche aderivano il valletto del re e la cameriera personale della regina.
Nel 1861, con la scomparsa del Regno delle Due Sicilie e la nascita del Regno d’Italia, lo Stato Sabaudo si servì della Camorra per mantenere l’ordine pubblico, in cambio di una amnistia generale e l’assunzione di uomini della criminalità Organizzata nelle file della polizia.
Così, scrive Fiore, quello che poteva essere un fenomeno solo criminale, diventò un
fenomeno sociale.
Secondo alcuni sociologi napoletani, la Camorra diventò una specie di ammortizzatore sociale, perché la criminalità organizzata riusciva a tenere a freno la violenza sociale, generata dalla insoddisfazione popolare nei confronti del nuovo Stato.
In origine, l’organizzazione camorristica si era occupata di riscuotere il pizzo dai biscazzieri ma, dopo l’Unità d’Italia, iniziarono le estorsioni ai danni dei commercianti.
Nonostante i loro crimini però, i camorristi godevano di un certo favore popolare perché, a causa del completo disinteresse delle istituzioni, erano gli unici a garantire un minimo di giustizia.
Dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, la Camorra appoggiò i Savoia contro i Borboni, accordandosi con Liborio Romano, ministro dell’Interno, che le lasciò il controllo di Napoli durante la fase di transizione del Regno, per evitare possibili rivoluzioni.
In seguito però, il nuovo ministro del Regno, Silvio Spaventa, ruppe con la Camorra e cercò di ristabilire la legalità.
Nel 1915 la Camorra decise di sciogliere la Bella Società Riformata.

Durante il Fascismo, il fenomeno camorristico fu sottovalutato e Mussolini concesse la grazia a numerosi camorristi. Quando poi gli Stati Uniti inviarono Lucky Luciano (boss di Cosa Nostra in America), il fenomeno superò le dimensioni locali e si inserì nei grandi traffici internazionali, quali il contrabbando di sigarette, in collegamento con il Clan dei Marsigliesi.
La Camorra perse però i suoi poteri passati e si dedicò ad altre attività, come il racket dei Mercati Generali di Napoli, capeggiato da Pascalone ‘e Nola, la cui uccisione fu vendicata dalla moglie, Pupetta Maresca, che subì un processo penale, in seguito al quale diventò famosa in tutta Italia e anche all’estero.
Sul racket dei Mercati ortofrutticoli a Napoli, il regista Francesco Rosi diresse, nel 1958, il film La sfida, che fu il primo film d’inchiesta del grande regista partenopeo.
Il film, interpretato da Rosanna Schiaffino e Josè Suarez, ottenne un gran consenso di pubblico e di critica che lo elogiò per le sue doti di sicurezza, mestiere, studio della trama e della sceneggiatura, scritta con Suso Cecchi D’Amico ed Enzo Provenzale, con i quali condivise il Nastro d’Argento per il miglior soggetto originale; in seguito, vinse anche il Premio speciale della giuria a Venezia, a pari merito con Louis Malle.
Un altro settore in cui si inserì la Camorra del dopoguerra fu quello dell’Edilizia, in cui prese il controllo degli appalti pubblici, in collusione con l’amministrazione locale.
In un altro film d’indagine, Le mani sulla città, scritto in collaborazione con Raffaele La Capria, Francesco Rosi, mise in luce i rapporti criminosi tra organi dello stato e sfruttamento edilizio nella città di Napoli.
La pellicola, definita dai critici bella e coraggiosa, per la sua dolorosa indignazione e la lucidità del secco racconto dei fatti, ottenne il Leone d’oro a Venezia.
Con un Rod Steiger, definito dalla critica da brivido, nei panni del costruttore senza scrupoli
Eduardo Nottola, questo film evidenzia, con grande chiarezza e onestà intellettuale, le collusioni tra potere politico e mondo imprenditoriale.
Nel Capitolo IV, prima di trattare gli sviluppi dell’organizzazione camorristica negli ultimi 50 anni,
verrà esposto un breve quadro sui caratteri che distinguono la Camorra dalle altre istituzioni criminose.

Fernanda Zuppini

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