Il sottosuolo di Napoli, un autentico “pozzo di San Patrizio”

C’era una volta il porto di Napoli antica. Secondo alcuni si trovava tra piazza della Borsa e l’Università. Secondo altri, i bacini erano due, uno in Piazza Municipio e l’altro tra Via Depretis e via Marittima. Per altri ancora, il porto era verso l’attuale Castel dell’Ovo.
Oggi sappiamo che il porto passava in mezzo alla piazza, a pochi metri dal Maschio Angioino (costruito mille e 200 anni dopo). La linea di costa nel II secolo d. C. stabiliva che il mare entrava fin dentro un cratere prossimo a Castel Nuovo.
Fu all’inizio del 400 d. C. che il porto cessò di esistere, s’impaludò e nel VII secolo fu coperto da una strada. L’attuale piazza era un’insenatura formatasi a seguito di fenomeni marini, laddove s’ipotizza che prima ci fosse un unico grande bacino allungato tra piazza Municipio e piazza Bovio.

piazza municipio
Un giorno dell’inverno 2003-2004 la grande buca di Piazza Municipio è aperta per mostrare alla stampa internazionale l’antico porto della città e i primi resti di un’altra civiltà, venuti alla luce con gli scavi della metropolitana. Una barca, poi, a gennaio, l’altra. Due barche di dieci metri ciascuna, “navette” tra le navi da carico ferme in rada e i moli del porto di Neapolis. E una terza, la più grande, da 13 metri e mezzo per oltre tre metri, chiglia larga e prua piatta: si rivelerà un “pezzo unico” nell’archeologia dell’antica Roma. I livelli stratigrafici che sono stati riportati alla luce, fanno ritenere che l’imbarcazione risalga ad un periodo compreso tra il I e il II secolo dopo Cristo.

piazza municipio
Ci sono anfore, alcune ancora con i loro tappi di sughero, ceramiche, gioielli, suole di calzari, pezzi di corda, aghi per rammendare le reti, cime, piccoli arpioni di legno per la pesca, anelli forse per assicurare le vele al sartiame.
Più vanno avanti negli scavi e più il ’tesoro’ di reperti, che per centinaia d’anni ha riposato nel pieno centro cittadino, sale in superficie.
Gli archeologi, che dirigono lo scavo della metropolitana, lo hanno definito un vero e proprio “pozzo di San Patrizio” per l’enormità e la qualità del materiale ritrovato (quasi 3.000 reperti). Gli scavi hanno permesso di recuperare e conoscere stratificazioni d’epoca greco-romana e poi d’età angioina, aragonese e vicereale cioè delle dominazioni che si sono avvicendate nella storia della città. Il cantiere nell’area della piazza ha fatto ritrovare il porto dell’antica Neapolis, da dove partivano le barche per prelevare i carichi dalle grandi navi che, per la loro grandezza, non potevano attraccare al porto.
Nell’area dello scavo si scorgono pali lignei, praticamente integri, conservati perfettamente dalla presenza dell’acqua, una serie di banchine dove erano ancorate le imbarcazioni. Infine la linea d’approdo disseminata di vasi ed anfore, alcune delle quali ancora sigillate col tappo di sughero.
Altre tre navi furono rinvenute sempre in quell’area nel 2005, battelli lunghi circa quindici metri che erano addetti al trasporto marittimo di derrate alimentari o merci d’altro tipo, tra porti vicini. Le cause dell’affondamento delle imbarcazioni vanno individuate, molto verosimilmente, oltre che in una violenta mareggiata, che all’epoca dovette colpire il porto, anche nel fasciame che non si trovava davvero in ottime condizioni, perché in più parti risultava rabberciato e rattoppato alla meglio.
Uno dei legni trovati ha la caratteristica estremità (prua o poppa) «a specchio» (non sagomata come quella delle barche o dei gozzi attuali ma verticale).
Altre due imbarcazioni con estremità a «specchio» sono state ritrovate nel porto romano di Tolone, in Francia, e una vicino Ostia, in prossimità del Tevere.
E poi l’ultimo ritrovamento, due imbarcazioni d’epoca romana, relitti ancora sigillati, per quasi il cinquanta per cento della loro lunghezza, all’interno dello strato di fango che in seguito ad eventi alluvionali, verificatisi tra il III e il V secolo dopo Cristo, interrarono il porto della Neapolis romana.
Una delle due imbarcazioni ha la stessa caratteristica estremità «a specchio» come l’altra del 2005.
Anche questi due relitti sembrano databili tra la fine del II secolo e gli inizi del III secolo dopo Cristo. Il tipo di legname dovrebbe avere caratteristiche resinose, per meglio resistere all’attacco dell’acqua salmastra.
«Per adesso – sottolinea Daniela Giampaola, archeologa – sulle barche non sono state trovate tracce d’eventuali carichi. E nemmeno si è in grado di dire se si muovevano a remi oppure erano provviste di vela: ne sapremo di più solo quando avremo recuperato del tutto i due preziosi reperti».
Perché potessero tenere meglio il mare, anche se il lavoro che dovevano fare era solo quello di trasbordare fino al porto dell’antica Neapolis i carichi dalle navi di grosso pescaggio ancorate al largo, i maestri carpentieri quei barconi li avevano costruiti quasi interamente con legno d’abete.

di Carlo Fedele