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La città di Partenope fu la maggiore città della Magna Graecia già al IX sec. a.C. e per lungo tempo conservò il suo “greco” dorico, fino allo scenario Romano col suo “latino parlato” da militari, commercianti, coloni, amministratori etc.
Il dialetto di Napoli è il più antico degli idiomi in Italia, è l’immediato nato dopo del declinato latino. Esso è un idioma romanzo che, accanto all’italiano, è correntemente parlato non solo in Italia meridionale (cioè nelle regioni della Campania, Basilicata, Calabria settentrionale, Abruzzo, Molise, Puglia e nel Lazio meridionale, al confine con la Campania, con le variabilità dovute alla provenienza o alla posizione geografica), ma anche all’estero tra gli emigrati.
Tutte le lingue romanze ebbero origine dal latino parlato: ma il dialetto napoletano, in particolare, non avendo raggiunto l’importanza della lingua nazionale e pertanto non avendo subito una trasformazione in campo letterario, ha potuto conservare molte anomalie e peculiarità proprie dell’ambiente classico. Non è però che il dialetto non si sia evoluto: basti considerare che il napoletano ama la sua lingua elegante, intelligente, musicale, armoniosa, ed ogni vocabolo nuovo entra nell’uso solo se risponde al gusto raffinato partenopeo.

“Nelle parole composte è possibile cogliere il fenomeno della capacità creatrice dei napoletani: caldicerebirius e “capacàura”, cioè ‘ tipo facile all’ira’; malalingua e “malaléngua”, cioè donna pettegola; culibonia (Pompei) e “bòna ’e culo”; pure di formazione classica debbono essere “malamènte” (da mala. mena cioè uomo perverso) e “capatòsta” da caput durum cioè testone e di formazione moderna “mezalénga” ( balbuziente), “votabannèra” (traditore delle proprie idee).
Altre corrispondenze tra il sermo plebeius ed il vernacolo napoletano di creazione moderna “pesóne” (fitto di casa), “schizzechéja” (pioviggina), “rusecatóre” (brontolone), “ ’nciucia’ “ (creare pettegolezzi), “cianciósa” (vezzosa), “ruciulia’” (scivolare), “vottavótte” (trambusto). Aforismi, locuzioni ed espressioni tipiche rivelano la presenza di sostrati linguistici ed etnici: monus manum lavat : “’na mana lava l’àuta”; assem habeas, assem oaleas : “quanto tiéne, tanto vali”; qui te natum non putet : « pe me hè ancòra nascere”; permittetis tamen finiri lusum: “faciteme ferni’ ’o juóco”. Non mancano espressioni tipiche della così detta “filosofia partenopea”: quod hodie non est, cras erit: “chello ca nun è ogge, sarrà dimane”.
(SUL SOSTRATO CLASSICO DEL DIALETTO NAPOLETANO – VIRGILIO CATALANO – 1959)

Un interessante contributo semantico si può avere, quindi, nella parlata popolare napoletana in periodo romano, documentato nelle cittadine vesuviane di Ercolano e Pompei, negli archivi privati e sopratutto nei numerosi graffiti, pregni di una schiettezza di espressione colorita, poetica e furbesca non dissimile da quella napoletana odierna e con vocaboli talvolta non molto differenti da quelli oggi in uso. E forse anche il turista straniero ignaro di latino potrebbe riconoscere l’esortativo napoletano «iammo», noto per una canzonetta universalmente cantata, nel popolare iamus…, iamus (in luogo di eamus) più volte ripetuto nel testo di un componimento poetico, certamente cantato, che è delineato su una parete di Pompei, rivolto al cocchiere da una ragazza desiderosa di arrivare presto a Pompei per incontrarvi il suo sposo. Per concludere, il sostrato classico (e solo in seguito i sostrati di altre derivazioni) è dunque ripetutamente testimoniato nel dialetto napoletano. Anche se per altri dialetti della penisola esiste un’origine tanto remota, quello che possiamo desumere dalle iscrizioni pompeiane ed ercolanesi, è una fonte ancora unica del mondo antico.

Per altri, non si deve neppure definire dialetto perché in genere con tale termine s’intende un volgare o un linguaggio minore della lingua ufficiale, cosa che non si addice al napoletano che è invece un’apprezzabilissima parlata autonoma figlia del tardo latino e di quello volgare e parlato, idioma ricco di storia e di testi ed usatissimo per secoli in tutto il meridione.
Pertanto è da augurarsi che non manchi in futuro l’ispirazione per più fortunate e approfondite ricerche, preziose testimonianze di un mondo popolare antico non ancora completamente noto e di cui noi continuiamo a sentire l’affascinante suggestione.

Fine della seconda ed ultima parte