per i Pezzulli di Luciana Pennino: I film della realtà

Scena chiave di un film che ha fatto epoca: Helen, una flessuosa e delicata Gwyneth Paltrow, appena licenziata bruscamente dalla società in cui lavora come P.R., si avvia in gran fretta verso la metropolitana. A questo punto, la storia, e quindi il film, si divide in due dimensioni parallele: cosa succede dal momento che Helen perde la metro e cosa succede perché Helen riesce invece a infilarsi tra le porte.

Sliding doors, letteralmente porte scorrevoli, è il titolo del film e indica appunto le conseguenze che si vivono se un evento accade o se non accade.

In tanti, secondo me, in un’occasione almeno vorremmo vivere, o sapere come andrebbe la nostra vita se un piccolo particolare piuttosto che andare così, andasse cosà: dettagli in attimi colti al volo o persi per un soffio.

Ebbene, al di là delle discettazioni sulle strade che il destino decide di imboccare, quello che ho sempre immaginato, da utente quotidiana del mezzo pubblico, è la stessa scena ambientata a Napoli: una Helen napoletana e un treno della Linea 1 della metropolitana…

Helen è filiforme, elegante nella sua semplicità, curata, dallo stile impeccabile, anche se si affretta, la sua corsetta è sobria, e anche se manca la metro, la sua aria è appena rammaricata.

Maria, l’Helen napoletana, vivaddio è più sovrappeso, è vestita un po’ più arruffata e coi capelli più scarmigliati, porta strabordanti sacchetti della spesa, uno per mano, ha lo zainetto su una sola spalla che le cade continuamente per il peso, regge col mignolo un ombrello di quelli pieghevoli comprati dall’ambulante di colore, zuppo d’acqua e rotto, perché te li vendono già con minimo una stecchetta debole che alla prima ventiata si piega irrimediabilmente, e reca tra i denti, dal momento che le mani sono occupate, il biglietto da timbrare, a mo’ di coltello, cosa che le conferisce le sembianze di un guerriero pronto alla battaglia.

Nell’atto dell’obliterazione, Maria sente il rumore del treno che sopraggiunge: con un picco d’ansia a centomila, scatta, insieme agli altri compagni al duol, in una corsa affannosa, e pure pericolosa, sulla scala mobile e lungo gli ultimi gradini fissi, rischiando di far rompere i sacchetti della spesa, di inciampare nell’ombrellino che penzola e di accasciarsi da una lato squilibrata a causa dello zaino.

Uniti tutti da un unico grido che si leva con voce straziata, Sta arrivandoooooo!!!, i disperati sanno che anche un millesimo di secondo potrebbe esser fatale e portarli alla conseguente solita attesa di quegli abbondanti 15-20-25 minuti per il treno successivo, attesa sfibrante per l’intero sistema nervoso.

Le due dimensioni parallele che si schiudono avanti agli occhi iniettati di sangue di Maria sono:

  1. Sgranare il rosario di tutti i santi visto che dopo essersi catapultata rovinosamente per le scale arriva alla banchina e le porte le si chiudono in faccia, perdendo anche quel residuo del già inesistente aplomb e iniziando a pensare come recuperare, poi, tutto il tempo che le toccherà perdere.
  2. Sgranare il rosario di qualche santo in meno visto che dopo essersi catapultata rovinosamente per le scale arriva a spalmarsi sugli altri passeggeri del vagone che già scoppia, pur di non rimanerne fuori, perdendo totalmente la già non presente grazia paltrowiana e facendosi strada a gomitate e spintoni per raggiungere la porta opposta da cui dovrà uscire quando sarà arrivata alla sua fermata.

Ecco come immagino, su per giù, la scena clou di Sliding doors se il regista del film fosse nato a Napoli.

E io mi sento molto Maria…

Luciana Pennino

“L’immaginazione e la fantasia costituiscono più di tre quarti della nostra vita reale.” (Simone Weil)