La Bellezza salverà Napoli“: interviste a napoletani, per nascita o per scelta, che producono Bellezza

La vita ha scelto Palermo per farlo nascere e lui ha scelto Napoli per vivere: Silvio Perrella, scrittore, giornalista, critico letterario, presidente della Fondazione Premio Napoli dal 2007 al 2012, direttore della rivista mediterranea Mesogea. Ha anche curato l’edizione di molti libri di altri autori, tra cui il Meridiano Mondadori dedicato alle opere di Raffaele La Capria. Nel settembre del 2016, proprio insieme a quest’ultimo, gli è stato assegnato il premio Rugarli, ed è di pochi mesi fa la pubblicazione di Di terra e mare, per Editori Laterza: ancora con Raffale La Capria, un incontro di voci, ricordi, segreti dell’anima.

In virtù di chiacchierate, assai preziose per me, fatte con lui in un recente passato, mi permetto il tu e provo a intrigarmi un po’ in più…

Quale sapore continui a gustare di questa speciale, ulteriore esperienza, umana prima ancora che letteraria, con La Capria?

Il sapore dell’amicizia, che è fatto di condivisione e di libertà. Un sapore che oltrepassa le differenze di età e ci affratella.

Frequentando Raffaele sia nella vita sia sulla pagina ho provato ad imparare da lui. A partire da quello stato della mente e del corpo che chiamo abbandono attivo, cioè un abbandonarsi al “voler dell’onda”; cioè un tentativo di armonia con il tempo; cioè ancora la coltivazione dell’estro del momento.

Quando ci s’incontrava a Capri eravamo soliti affittare una piccola imbarcazione. Andavamo verso il largo, spegnevamo il motore e lasciavamo che l’imbarcazione andasse per conto suo, mentre noi intelaiavamo i nostri discorsi.

La solidità delle radici per rimanere ancorato e il fluire dell’acqua per godere della libertà dello spirito… Anche tu sei fatto “di terra e mare”?

Sono nato a Palermo, una città che come Napoli si è spesso dimenticata del suo mare. Però un mare ce l’hanno entrambe. Basta farsene chiamare.

Mi piace l’acqua e mi piacciono le pietre. Con quest’ultime si edificano i ponti, che sono la leccornia del passeggiatore urbano. Ma attenzione, attenzione massima ogniqualvolta si passa sopra un ponte!

La nostra casa palermitana si trovava nella prossimità di un piccolo ponte scalcinato. Attraversandolo feci il primo viaggio della mia vita: da qui a lì, congiungendo due quartieri e due pensieri. E sotto scorreva l’acqua; un’acqua che presto si sarebbe ricongiunta al mare non distante ma poco visibile.

Il luogo della mente in cui cerchi ricovero è quello dei ricordi, dei sogni, dei progetti pianificati a tavolino, o quale?

Amo la realtà. Amo essere limitato da un qualcosa di tangibile. L’arte della misura è un qualcosa di antico e cerco di praticarla come posso.

Ma se devo indicarti un luogo della mente che amo frequentare è quello della musica.

Sono un musicista mancato. Capita che non riuscendo a praticare un’arte se ne abbracci un’altra. A me è successo così. La musica è rimasto l’arsenale utopico dal quale attingere energie dell’immaginazione.

E quando dico musica, voglio dire anche quella musica che è nata negli stessi anni in cui nascevo io e che ha cambiato i connotati percettivi al mondo: dai Beatles a Bob Dylan e Robert Wyatt, da Miles Davis a John Coltrane, e così seguitando.

Cosa fai per rimanere uno scrittore fedele a te stesso prima ancora che ai tuoi lettori?

Scrivo alla cieca, nel senso che non mi pongo obiettivi precisi. Per me la letteratura rimane una peculiare forma di conoscenza. E’ il processo che s’innesca mentre scrivi che m’interessa. Che ti modifica. Conosco facendo, diceva Vico. Inoltre prediligo le forme brevi; quelle forme che mi permettono un unisono tra il pensare e lo scrivere.

Alla base di tutto c’è la poesia, intesa come molto mondo in poco spazio.

Mi sono educato al nomadismo e dunque a un sapere portatile.

Quale segno distintivo si individua, secondo te, nella tua scrittura, o meglio, quale cifra mantieni costante per renderti riconoscibile?

Non saprei dirlo con esattezza. O forse recalcitro a dirlo. Ma se proprio ci sono costretto, direi il movimento, una sorta di continua “arteteca”.

Movimento geografico, movimento tra le forme, movimento del corpo.

Amo camminare e i pensieri che si fanno all’aria aperta sono spesso i migliori.

Muovere il corpo tiene lontane le tentazioni depressive, gli ingorghi espressivi, i gliommeri inestricabili.

Devo aggiungere che mi piacciono le rime, cioè quei ritorni tematici e stilistici tra un libro e l’altro. Avere scritto un certo numero di libri non ti dà la sicurezza di possedere un’opera.

Solo nella distanza ci s’accorge sei hai edificato un’opera oppure no. Si tratta della più grande sfida posta a chi scrive e scrivendo vuol dare forma a un edificio coerente e accogliente.

A brevissimo leggeremo un altro tuo romanzo già annunciato (“Io ho paura”, Neri Pozza): come indica il titolo ha a che fare con la paura, un’emozione di difesa che può paralizzare, ma che, a quanto pare, in te invece ha smosso energie!

La paura è il sentimento più antico che ci abita. Nel mio libro è sperimentato da un personaggio che passa un mese d’estate in un luogo di paure naturali: il buio, il mare, gli animali, il vento… Lui è un nuotatore rituale. Gli piace ogni giorno congiungere due punti della costa, sempre gli stessi due. E lo fa all’andata a stile libero, al ritorno a dorso. E i pensieri che fa, soprattutto quando l’io si capovolge e gli occhi non hanno un contatto diretto con ciò che ti sta dietro, sono i pensieri della paura naturale e quelli della paura fabbricata.

La prima è relazionale; la seconda è desertificante. La prima ha dei nomi veri e proprio; la seconda, invece, è fatta di sigle, di acronimi come Isis, Aids, Ebola e così via.

Da questi pensieri raccontati prende via via forma il libro, dove s’incontrano sia persone vere e proprie sia personaggi delle favole e di altri racconti.

È stratificazione come il paesaggio di cui è impregnato. Il paesaggio di un luogo dell’immaginazione denominato “Qui”.

È un periodo assai prolifico per te, tant’è che ti leggeremo anche in Da qui a lì (Italosvevo Editore). In copertina un ponte… in che modo costruisci i ponti con le persone che vuoi unire a te?

Ne accennavo prima. Mi piace mettere i piedi sui ponti. Sono le figure della congiunzione. Ma non bisogna mai dare per scontato che lo siano per sempre. Possono crollare all’improvviso, come capita in un breve racconto di Kafka, che sta alla base della mia ricerca in questo libro. E come purtroppo è capitato tragicamente a Genova.

Non è un caso che durante le guerre una delle prime cose che purtroppo avviene è il bombardamento dei ponti. Ma subito dopo è anche la prima cosa che si ricostruisce. Si pensi a Mostar.

Ma mai confondere la realtà con il mondo dell’immaginazione; sono due mondi diversi, anche se non possono non avere misteriose somiglianze.

Nel libro i ponti scandiscono anche alcuni momenti salienti della mia esistenza: l’avventura del viaggio, il rapporto con il padre, l’iniziazione all’amore, il dolore della Storia, l’approdo alle grandi metropoli della modernità.

Sei napoletano di adozione: ti sei legato alle viscere di questa città e le rivolgi da sempre sguardi di amore… la cosa che più manca a Napoli per vivere meglio, o bene.

Napoli è come un dizionario pieno zeppo di lessico. Ma capita troppo spesso che con questa ricchezza non si riescano a comporre frasi di senso compiuto. Come se si fosse persa la sintassi.

Strano e terribile sortilegio. In questi momenti viene da dire che la città sia, sì, potente ma senza potere. Cioè non sia in grado di governare la sua più grande ricchezza: un giacimento culturale ed espressivo con pochi eguali.

È un tema difficile d’affrontare, anche perché attraversa i secoli. Napoli è molto spesso stata una città asincrona e il suo codice ha preferito nasconderlo piuttosto che metterlo alla luce.

Ti ricordi “Carmela”, la canzone di Sergio Bruni e Salvatore Palomba? Ebbene lì Carmela piange solo se nessuno può ascoltarla. Ho sempre pensato che in questi versi venga indirettamente detta una verità sulla città.

Napoli fa come Carmela. Di se stessa parla nel buio di una grande solitudine.

 

Luciana Pennino

 

A proposito dell'autore

Luciana Pennino

Il mondo e la gente mi incuriosiscono assai. Sono "leggera" nella scrittura e mi diverto nel fare ciò che mi appassiona. Penso che nulla sia più disarmante della gentilezza. Il mio esordio, nel 2017, è stato con "Primule fuori stagione" (Iuppiter Edizioni). Per Napoliflash24 pubblico settimanalmente i "Pezzulli" e curo le rubriche di interviste "La Bellezza salverà Napoli" e "Tips for Startuppers".

Post correlati