Una nuova forma di spettacolo si diffuse in Italia durante la Belle Epoque su modelli parigini, il Café Chantant, che continuò a chiamarsi così anche quando dai caffè e dalle sale da the passò al teatro. Esso si arricchì sempre più di prestigiosi numeri ed artisti e fu proprio fra questi ultimi che si sviluppò un nuovo genere “la macchietta“. E parlare di macchietta non si può se non si cita Nicola Maldacea. Figlio d’arte (il padre aveva una grande passione per il teatro), nacque a Napoli nel 1870. Iniziò giovanissimo gli studi di recitazione che lo porteranno al debutto nel Teatro Partenope. Il suo filo ironico di voce venne subito notato dal pubblico come qualcosa di unico. Al Teatro Bellini riuscì a stupire i suoi stessi colleghi di lavoro per la mimica perfetta. Fu notato da Eduardo Scarpetta che lo volle alla fine dei suoi spettacoli. La consacrazione definitiva avvenne nel 1891, quando fu scritturato al famosissimo Salone Margherita che gli portò l’amicizia del grande Ferdinando Russo che gli scrisse macchiette su misura. Ma furono molti ancora gli autori di Maldacea: Di Giacomo, Valente, Galdieri ed il romano Trilussa.

Il segreto di questo successo? Maldacea sapeva riprodurre, nelle sue interpretazioni, i pregi ed i difetti della gente comune.
Creò così, come “attore che cantava” e non quale canzonettista, il nuovo genere della macchietta ( buffi “recitativi” con accompagnamento musicale). Ecco come lui stesso parlava delle sue creazioni: “…come un disegnatore mi ripromettevo di dare al pubblico un’impressione immediata schizzando il tipo, segnandolo rapidamente, rendendone i tratti salienti. Da ciò l’origine della parola macchietta, che è propria dell’arte figurativa: schizzo frettoloso, che renda con poche pennellate un luogo o una persona in modo da darne un’impressione efficace con la massima spontaneità caricaturale”.
Fu dopo Maldacea che comparvero Gerolamo Gaudiosi, Pasquale Jovino, lo stesso Viviani e, fuori Napoli, Fregoli ed Ettore Petrolini forse ispirati dal partenopeo che fu anche interprete cinematografico. Ma il 5 Marzo 1945 la famosa macchietta lasciò per sempre i suoi fans.
Un altro grande esponente della macchietta, anche se meglio conosciuto come commediografo e attore di levatura europea, fu Raffaele Viviani, autore di testi e spesso anche delle musiche di non poche canzoni, parte integrante di quasi tutte le sue commedie prima maniera. Viviani le interpretava nei caffè concerto dove si esibì pure come macchiettista, ad esempio nei panni de “Lo Scopatore“:
“Mannaggia ‘a mazza ‘e scopa e quando maje
Pàtemo me mannaje dint’ a scupata!
Jette a du’ na perzona altilocata,
e chillo le dicette: Vo nu posto? H’a dda scupà! (……)
Nun è comm’ a muglierema che, ‘a casa,
quann ‘ io ce vaco cu sti bbraccie rotte,
è ccapace e me dì quase ogni notte:
<< Ma comme, sulo ccà nun vuò scupà? >>”.
Ricalcate dalla vita quotidiana popolare, altre macchiette vivianesche ( ad esempio “‘O guappo ‘nnammurato”, “‘O mariunciello“) erano ispirate a caratteristici venditori ambulanti. Don Raffaele li parodiava brillantemente “le loro cantilene – affermava – sono già canzoni“.
Altri macchiettisti più importanti, dopo Maldacea e Viviani, furono Peppino Villani, Gustavo De Marco, Ettore Petrolini, Virgilio Riento, Totò e Nino Taranto.

E come non ricordare in particolare l’autore Ferdinando Russo.
Russo, oltre ad essere uno dei maggiori poeti napoletani, fu uno dei più noti esponenti e frequentatore dei salotti culturali cittadini. Di estrazione borghese, era nato a Napoli il 25 novembre 1866, da Gennaro, funzionario del Dazio e da Cecilia De Blasio. Abbandonati gli studi entrò giovanissimo come correttore di bozze alla ‘Gazzetta di Napoli,’ e, pervaso dalla passione per il giornalismo, fondò nel 1866 il periodico ‘Prometeo’, che ebbe però vita breve. Precursore dei servizi diretti, scritti attraverso accurate indagini sul territorio, Russo scrisse pregevoli ritratti delle classi più povere e disagiate di Napoli, indagando sulla malavita e sulla prostituzione, finendo per questo anche dinanzi al magistrato, con l’accusa di offesa alle istituzioni, soprattutto per le sue opinioni critiche nei confronti di Garibaldi unificatore dell’Italia. Lasciato il lavoro al giornale entrò come impiegato al Museo Nazionale, senza mai abbandonare l’attività giornalistica, poetica e letteraria. Fu apprezzato autore di circa un centinaio di macchiette tra cui ricordiamo ‘Il cantastorie’ e ‘O pezzente ‘e San Gennaro’, e soprattutto ‘L’elegante’, una garbata presa in giro di Marcello Origlia, famoso viveur, affidata all’interpretazione di Nicola Maldacea, che ebbe occasione di incontrare al termine di uno spettacolo, e a cui fece notare come i testi da lui interpretati fossero poco adatti alla sua voce. La vera notorietà Russo la raggiunse con i bellissimi versi del 1887 di ‘Scetate’, un’appassionata serenata musicata da Mario Costa, che divenne un vero e proprio inno degli innamorati di Napoli. Avviò poi una fortunata collaborazione con Salvatore Gambardella, un musicista di grande bravura pur senza aver mai studiato musica, con cui scrisse brani destinati a restare immortali. Ugualmente proficuo fu il sodalizio con altri grandi musicisti, da cui nacquero: ‘Manella mia’ e ‘Serenata a Pusilleco’, con musica di Vincenzo Valente,Tamurriata palazzola’ musicata da Rodolfo Falvo ed infine il suo maggiore successo con Emanuele Nutile, ‘Mamma mia che vò sapè’, scritto nel 1909 dopo una crisi sentimentale, che conobbe enorme popolarità entrando nel repertorio dei più famosi interpreti. In perenne competizione con Salvatore Di Giacomo e vittima di giudizi negativi di Croce, Ferdinando Russo incontrò invece il favore di Carducci che, giunto a Napoli nel 1891 assieme all’allieva Annie Vivanti, volle conoscerlo personalmente. Durante un pranzo con il poeta maremmano Russo fece eseguire da alcuni posteggiatori la sua serenata ‘Scetate’ suscitando l’estasiata ammirazione della Vivanti che improvvisamente scoppiò a piangere. Carducci ingelosito si allontanò con la ragazza e non volle più vederlo. Il 15 ottobre 1902 Russo sposò a Bologna Elisa Rosa Pennazzi, una sciantosa nota con il nome d’arte di Rosa Saxe; il matrimonio si rivelò un fallimento a causa del passato poco dignitoso della donna ed anche per la sua gelosia ossessiva, che la portò ad ingaggiare un investigatore per far pedinare il marito. Ferdinando Russo se ne accorse quasi subito, in quanto riconobbe addosso all’uomo che lo seguiva costantemente, molti dei propri abiti, che la donna gli dava come compenso. Personaggio poliedrico Ferdinando Russo ebbe interessi per l’archeologia, fu autore di liriche erotiche, e si esibì anche come cantante, eseguendo nel 1924 al Modernissimo di Napoli, il suo pezzo ‘’E denare d’’o nfinfirinfì’. Nel 1891 aveva anche volato su Napoli, a 3600 metri di altezza, con il pallone aerostatico Urania e di ritorno dalla straordinaria esperienza scrisse il poema ‘’N paravise’. Nel 1911 fu chiamato a dirigere la Poliphone, casa editrice musicale tedesca che aveva sede a Napoli. Ferdinando Russo lasciò un gran numero di canzoni, liriche ed opere in prosa, tra le quali ‘Memorie di un ladro’, ‘Usi e costumi della camorra’ (entrambe del 1907) e ‘Il mio amico Landru’ (1927). Morì improvvisamente nella sua casa di via Cagnazzi il 30 gennaio del 1927, lasciando sulla sua scrivania i primi due versi di una nuova canzone: “Napule ride ‘nta ‘na luce e sole/ Chien’’e feneste aperte d’uochhie nire’”.
Dopo la sua morte fu ricordato da una lapide dettata da Carlo Nazzaro nei pressi del porto, andata poi distrutta assieme all’edificio su cui era murata. Recentemente una copia è stata ricollocata nello stesso luogo in ricordo di uno dei più illustri cantori dell’anima napoletana.