I parte

Recenti studi confermerebbero che il fiume Sebeto nasceva dal Monte Somma, dalla grotta detta “delle Fontanelle del Cancellaro nel fondo della Preziosa“; le acque sorgive erano incanalate in parte nell’acquedotto della Bolla, mentre le restanti, scorrevano nelle campagne di Napoli attraverso gli attuali comuni di Casalnuovo, Casoria e Volla per poi sboccare, dopo un corso lento e tortuoso, nel mare di Napoli. Alcuni studiosi ritengono che, prima di sfociare in mare, il Sebeto si dividesse in due rami: uno di essi finiva in un punto imprecisato sotto la collina di Pizzofalcone, tra le attuali Piazza Borsa e piazza Municipio; l’altro sfociava in mare in una zona più a oriente, verso l’attuale Ponte della Maddalena (una volta detto “Pons Paldulis“, poi “Guizzardo“, e infine della Maddalena).
Scorreva adagiandosi in un letto tra valloni oggi colmati da via Foria, Piazza Cavour, via Pessina, Monteoliveto e via Medina, per poi sfociare nel mare. Il fondo valle era di ben 20 metri sottostanti all’attuale piazza Cavour e di 16 metri in piazza Dante.
Il popolo lo chiamava “Sciummitiello“.
Nel fiume confluivano anche le acque del Fosso Reale, del Corsea, del Lamia, dello Sbauzone e del rivo Pascariello.
Secondo l’abate Teodoro Monicelli, che scrive nella prima metà dell’Ottocento, esso scaturiva da 4 punti, che andavano poi a incanalarsi nella Casa dell’Acqua, edificio cinquecentesco ancora esistente tra Casalnuovo e Volla.
Era dunque un fiume di risorgiva ed era alimentato anche da altre sorgenti, come quelle di Lufrano, che man mano incontrava nel suo percorso.
Sebeto è un nome mitico che evoca la storia dei primi insediamenti partenopei. L’antico nome, Sepeithos, era su alcune monete, coniate tra il V e il IV sec. a.C. riportanti la scritta “Sepeithos” sul fronte e “Neapolites” sul recto: l’immagine riportata, quella di un giovane con un corno in fronte e i capelli trattenuti da una bandana.
L’abbondanza delle sue acque indusse le autorità greche e poi quelle romane a canalizzarle in quell’acquedotto della Bolla che Guglielmo Melisurgo definì nel 1889 «l’opera più antica e meglio conservata dell’antichità napoletana».
Sappiamo da molti antichi viaggiatori che la greca Neapolis era divisa da Partenope (detta anche “Palepolis“) da un fiume, per alcuni navigabile, “fra lo monte S.Erasmo e lo monte di Patruscolo“.
Tra le varie cronache che lo citano, vi sono quelle che parlano dell’assedio romano alla città quando Publilio Filone accampò il suo esercito fra Neapolis e Partenope alla foce, appunto, del Sebeto.
Altre fonti storiche suggeriscono l’idea che l’antico Sebeto altro non fosse che il torrente conosciuto come Arenaccia il cui corso, oggi, è completamente interrato.
L’etimologia del nome è oscura. Nel 1853 Bernardo Quaranta pensò al verbo greco Sepeithos, traducibile come “andar con impeto”, probabile riferimento al corso irruente del fiume. Non credibile è l’ipotesi avanzata nel 1902 da Ludovico de la Ville sur Yllon che, pur correggendo quella precedente, ricordando come sebo significhi anche “venerare con un culto”, non dà conto di quali onori possa mai trattarsi nel dare un nome a un fiume. Giulio Minervini nel 1854 fece risalire, invece, l’idronimo al verbo greco sepo che ha il senso del “lasciar marcire”. Molto più sensate furono di certo le proposte di Antonio Vetrano che nel 1767 l’accostò a un idronimo fenicio riconoscibile nel palestinese Sabb’at con il significato di “fonte degli orti”, e quella di Désiré Rochette che nel 1854 lo ritenne un nome indigeno adottato dai coloni greci con i caratteri della propria lingua. Il nome greco di Sepeithos è, infatti, più vicino all’originale accadico da cui deriva: Sepu’ed, ovvero “l’onda che irriga”, e tali termini dovettero presiedere alla parola con la quale quelli che fondarono Napoli chiamarono il loro fiume, e ciò ben prima dei coloni provenienti dalla Grecia.
Con il volger dei secoli il Sebeto subì varie modifiche nel suo percorso, dovute alle eruzioni e a movimenti tellurici. Il territorio su cui ora si estendono San Giorgio a Cremano e i comuni limitrofi sostanzialmente fu disabitato fino agli inizi del sec. X. Tali territori erano genericamente denominati Foris Flubeum, ad indicare che erano separati da Napoli dal corso dell’antico fiume Sebeto. Al corso d’acqua, la Città di Napoli dedicò un culto, ma il fiume deve la sua rinomanza alle celebrazioni di poeti, quali Virgilio, che lo tramanda a noi con il nome di “Sebthide Ninpha” nel VII libro dell’Eneide, oltre che L. Giunio Columella e Papinio Stazio.
Virgilio nel suo capolavoro scrive: “Nec tu carminibus nostris indictus abibis, Oebale, quem generasse Telon Sebethide nympha fertur, Teleboum Capreas cum regna teneret, iam senior”. Cioè: “Né tu sarai ignorato nei nostri versi, o Ebalo, che Telone generò, si dice, dalla ninfa Sebetide, quando dominava su Capri regno dei Teleboi, ormai vecchio”. Virgilio non parla di fiume, ma di ninfa del Sebeto e lo fa in riferimento all’eroe Ebalo, di cui la ninfa era madre.
Poco dopo, nel I secolo d. C., Lucio Columella, autore spagnolo ma con vaste proprietà agricole in Italia, nel Libro X della sua opera De re rustica (40 ca.), descrivendo le produzioni agricole dei vari centri della Campania, scrive al verso 135: “Doctaque Parthenope Sebethide roscida lympha”. Cioè: “E la dotta Partenope irrigata dalle acque del Sebeto”.
Papinio Stazio, parlando di Partenope, scrisse nel Libro I delle Silvae (90 ca.): “Di gloria immortale vedrò il Sebeto per te, più gonfio andar festoso al mare (.). Il Sebeto vada orgoglioso per la bellezza di colei che nutrì”. Qui il Sebeto è indicato come fiume, e precisamente come corso d’acqua che nutre Partenope.
Nel 1340 Petrarca si recò a Napoli alla ricerca del Sebeto spinto dai riferimenti fatti in epoca romana da Virgilio, ma il fiume era ormai ridotto a un rigagnolo che trovava la sua strada tra i palazzi.
L’esiguità del corso del Sebeto, sia per lunghezza sia per portata d’acqua, ne determinò in letteratura la definizione di «quanto ricco d’onor, povero d’onde», la cui paternità suole essere attribuita al Metastasio, il quale, però, l’aveva mutuata, a sua volta e in termini rigorosamente letterali, da Giambattista Marino, cui perciò ne compete la primogenitura.
Nel Medioevo fu chiamato Rivus e poi Rubeolo, ma fu dimenticato a tal punto che Giovanni Boccaccio, venuto a Napoli, andò invano alla sua ricerca, e nel suo trattato “De Fluminibus“, scrisse: “…Il Sebeto è un fiume della Campania, secondo alcuni scorre presso Napoli, ed io ricordo di non averlo giammai visto quando dimorai colà!”.
Riebbe rinomanza nel Rinascimento e fu “glorificato” dal Pontano ed altri poeti, diventando nuovamente celebre.
Non vi sono prove sicure che il fiume conosciuto nel Medioevo con il nome Rubeolo s’identificasse con il Sebeto. Il letto e la foce dei due corsi d’acqua certamente si diversificavano. Ma è verosimile, se si accetta come plausibile l’ipotesi di un evento che ha deviato il corso del primo nel secondo, che l’antico Sebeto abbia continuato a vivere nel Rubeolo, che dal Rinascimento in poi si è fregiato del più famoso nome.
Pierantonio Lettieri, rinomato ingegnere e cartografo del XVI secolo, ebbe l’incarico dal vicerè don Pietro da Toledo di investigare sull’acquedotto Claudio che, da Serino, attraverso Nola, Pompei, Napoli, la piana di Nisida e Pozzuoli, finiva a Bacoli nella Piscina Mirabilis. Le sue risultanze (1560), frutto di un approfondito studio dei vari ampliamenti della murazione della città di Napoli, e delle acque che ne scorrevano all’interno, furono che il Sebeto non fosse propriamente un fiume. Esso era il portato dell’acquedotto, proveniente dal fiume Sabato. Quest’opinione voleva, erroneamente, sostenere il principio che, circa un millennio prima di quel tempo, non fossero esistite né le paludi di Napoli, né quel fiumicello che per quelle scorreva verso il ponte della Maddalena, né l’acquedotto che forniva in parte la città: intendeva l’acquedotto della Bolla.
Per volere del viceré Manuel Zuñiga y Fonseca, a ricordarne storia e leggenda, fu commissionata a Cosimo Fanzago, che vi lavorò insieme ai figli, la costruzione di una Fontana, detta appunto del Sebeto, nell’attuale via Cesario Console, nel 1635. Essa fu portata in riva al mare, ai piedi di via Posillipo, nel 1939, a largo Sermoneta.
Il monumento si compone di uno zoccolo di piperno sul quale poggia la base di marmo con le tre vasche (quella centrale e la più grande).
Ai lati si trovano due obelischi e le sculture di due tritoni, mentre in alto, sull’arco, vi sono una lapide e gli stemmi del viceré, della città e del re. Al centro dell’arcata c’e la scultura che raffigura il fiume Sebeto.

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Il Sebeto fu ricordato anche dal poeta Celio Magno che, proveniente da Venezia, visse per molto tempo a Napoli, tra il 1536 ed il 1602, il quale in un sonetto del suo “Canzoniere” scrisse: “…mentre del bel Sebeto, ha le sue sponde”, dedicando la poesia a questo fiume, mentre il Pontano, compose dei versi: “Lepidina, Egloga in 7 Cortei“, ove si narrano le nozze della Ninfa Partenope con il fiume Sebeto.
La storia d’amore tra Partenope e il fiume Sebeto parlava appunto di un dolce creato dal giovane amante con l’aiuto dei suoi affluenti: Miano, Sanità, Rubeolo e Arenella.
Il dolce del peccato – è il lieto fine del romanzo – fu preparato con gli ingredienti (vino, amarene, uova e farina) che la dea Afrodite concesse ai quattro affluenti amici dell’innamorato Sebeto facendo cadere tra le sue braccia Partenope al primo assaggio.
Verso la fine del XVII secolo, l’Abate Celano suppose che l’antico Sebeto dovesse scorrere sotto le mura della Città di Napoli, sorgendo forse sotto la collina di Monterone, ai piedi di S. Marcellino, sfociando vicino al Mandracchio. Il Sebeto sarebbe poi sparito a causa di una gran tempesta avvenuta il 25 novembre 1343 al tempo di Giovanna I.
Questo perchè prese per buone le conclusioni di Nicolò Carletti, famoso architetto e filosofo del Settecento, che nelle sue note storiografiche sulla Topografia universale della Città di Napoli (1776), basando le sue conclusioni su documenti di antichi patti e considerazioni sulla natura geologica e su vicende che riguardarono la città stessa, scriveva: “Da tempi famosi di Napoli fino a quelli degli Angioini, essere fluito apertamente il Sebeto dal piede del colle ove stavano erette le mura di Palepoli ove dicesi il Pendino di Moccia”. Il fiume, seguendo il percorso che passa per San Marcellino, San Pietro a Fusariello, San Pietro Martire, giunge fino al mare. Questo quanto sostenuto dal Carletti. E aggiunse che il Sebeto venne “sotterrato” per il totale innalzamento di quella parte a causa di una         lenta azione dei terreni paludosi e un terribile terremoto avvenuto il 15 novembre del 1343, durante il regno di Giovanna I.

di Carlo Fedele

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