Camminavo lentamente muovendomi con estrema cautela sulle pietre che si sgretolavano rotolando sotto i miei piedi; procedevo tra densa nebbia e nugoli di polvere che rendevano l’aria irrespirabile e coloravano di giallo la notte che sembrava avvolgermi come un’umida, gelida coltre. Una figura evanescente apparve all’improvviso e, venendomi incontro, mi prese per mano dicendo: “Tranquilla! A te non accadrà niente di male!” e, indicandomi le macerie continuò: “Per loro, ormai, c’è ben poco da fare!”. Guardai meglio, nella direzione dove puntava il suo sguardo e mi resi conto che tra le rovine s’intravedeva un’infinità di corpi scomposti, feriti, sanguinanti, mentre flebili grida d’aiuto sembravano provenire da profondità insondabili. Polvere, lamenti sempre più lontani, silenzio agghiacciante e solo il rumore dell’eco dei nostri passi che risuonavano nella notte. Madida di sudore, con la gola riarsa, riemersi dal sonno in una fredda mattina di novembre. Era domenica, non dovevo recarmi al lavoro ed avrei potuto dormire ancora un poco ma il terrore di ripiombare nell’incubo che avevo appena lasciato, mi fece alzare di corsa per prenderne le giuste distanze preparandomi un buon caffè.

Erano le dieci del mattino quando sentii squillare il campanello della villetta di Paduli; Michele, un vicino che si era sempre qualificato come esperto conoscitore di funghi, era venuto a portarne una guantiera per me e mio marito (com’è strano scrivere ora questa parola! E’ qualcosa di così lontano che non mi appartiene più.). “Sono stati colti ieri pomeriggio. – disse – Sono belli, hanno un buon profumo ed ho pensato che avreste potuto gradirli”. Accettai con piacere il suo dono ma, dopo il sogno di morte che avevo fatto, provai un brivido di paura mentre li portavo in cucina. E se il sogno avesse voluto significare che quel giorno dovevo stare attenta a qualcosa che avrebbe messo in pericolo la mia vita? Ne parlai con mio marito al suo risveglio ed entrambi guardammo con sospetto la guantiera di funghi poggiata sul tavolo. “Portiamoli a Montesarchio. – disse lui – Li faremo vedere ai miei genitori che sono più esperti e li faremo cucinare da mia madre se li riconoscerà commestibili”. A differenza di lui, ero sempre contenta di andare a Montesarchio. Mio suocero, burbero e severo Preside in pensione, mi aspettava ogni volta con piacere. “Fate parlare papà, che gli fa bene!”, raccomandava mia suocera che era stata professoressa di Storia dell’arte ed era, ormai, anche lei in pensione. L’accontentavo volentieri e mi riusciva facile conversare a lungo con lui su diversi argomenti, aspettando le sue battute a cui rispondevo adeguatamente in uno scambio simpatico di ironia. Non era così per il figlio, taciturno e dal carattere introverso, che sembrava odiare quelle serate in famiglia. Lydia e Milena, le due sorelle di mio marito, vicine a me per età, erano da sempre le mie amiche preferite e ogni volta le ritrovavo con grande gioia; lo stesso accadeva per i loro mariti con cui avevo simpatizzato fin da quando li avevo conosciuti; per me era sempre un piacere ritrovarmi in loro compagnia.

In quel pomeriggio di domenica, mia suocera garantì la bontà dei funghi e Lydia, che in quel periodo era a casa dei genitori ed aspettava il suo primo figlio, decise che sarebbero stati impiegati per preparare un bel sughetto con cui avremmo condito delle linguine. Approvammo tutti, pregustando già quello che avremmo di lì a poco mangiato.

E’ straordinario come, nonostante il passare di tanto tempo, si ricordino i più piccoli particolari di giornate che hanno segnato la nostra vita. Rivedo me stessa che apparecchio la tavola disponendo con cura i tovaglioli, le posate, i bicchieri, i piatti di ceramica dal bordo blu cobalto. Ricordo lo sguardo che, come ogni volta che mi trovavo lì, appena seduta rivolgevo alla famosa Torre del paese che, dai vetri del balcone della cucina, appariva suggestivamente illuminata, dominando il panorama dall’alto. Addirittura risento il rumore del pane fragrante e dalla scorza croccante, che mio suocero tagliava a fette e posava in un cestino ed il sapore del corposo vino rosso di Troia dove Lydia abitava, il famoso “Somarello”, che assaggiavamo come aperitivo accompagnato da olive verdi pugliesi. L’odore penetrante dei funghi, appena cucinati, si diffondeva nell’aria stuzzicando l’appetito nonostante fosse presto per cenare ma era domenica e l’orario non aveva importanza. Inutile aspettare ancora per gustare la prelibatezza che era stata preparata.

Ci eravamo appena seduti davanti ai piatti fumanti ed avevamo allegramente preso in mano le forchette quando iniziammo a sentire un rumore strano che sembrava provenire da tanto lontano ed avanzare, aumentando d’intensità, verso di noi. Era un suono che colpiva per una intensità forte, assordante. Uno sguardo all’orologio e vedemmo che le lancette segnavano le 19,34; un’occhiata al lampadario che improvvisamente si spense lasciandoci al buio. Sotto i nostri piedi il pavimento iniziò a sussultare e qualcuno di noi gridò: “Il terremoto!”. Subito mio suocero, nel buio fitto in cui ci trovavamo, corse ad afferrare saldamente la gabbia in cui c’era il cardellino di casa che svolazzava impazzito e, contemporaneamente, ci intimò di andare al muro maestro della sala da pranzo per ripararci ma, quel muro su cui poggiai le mani nel tentativo di reggermi, aveva la consistenza di gomma e sembrava muoversi e spostarsi mentre la paura mi attanagliava sempre più fortemente. Pensavo a mia madre e mio fratello disabile lasciati a Benevento nel nostro palazzo antico che immaginavo già crollato e gridavo sottovoce. “Ho paura! Cosa sta accadendo? Ho paura!” mentre mi tornava in mente il sogno di rovine e di morte. Mio suocero ci tranquillizzava : “E’ finita! State calmi! Sta finendo!” ma il rumore sembrava aumentare sempre più; era cupo boato che riempiva le orecchie, suono metallico di lamiere percosse dalla furia di un vento impetuoso ed il buio incombeva sovrano rendendo tutto incomprensibile ed ancora più tremendamente pauroso. Avrei voluto che mio marito mi avesse presa per mano, protetta, tenuta saldamente abbracciata a lui ma era distante, già infinitamente lontano con la mente ed il cuore. Dopo un tempo interminabile tutto finì. La luce fece ritorno e ci ritrovammo a guardarci spaventati senza quasi osare respirare. Non era il tempo dei cellulari e la linea telefonica sembrava non esistere più. Vani furono i tentativi di mettermi in comunicazione con casa mia e non restava altro da fare che entrare in macchina ed andare a verificare di persona cosa potesse essere accaduto a Benevento. Per la strada del paese si avanzava a rilento perché molte persone erano nelle loro auto per andare ad accertarsi dello stato di parenti ed amici; altre attraversavano la via all’improvviso, a piedi, senza guardare, uscendo di corsa dai vari locali dopo il susseguirsi di altre scosse, meno intense della prima ma che procuravano sempre timore. Calcinacci, pietre, tegole cadute dai tetti delle case rendevano pericoloso il procedere ma riuscimmo a tornare a Benevento dove trovammo mia madre e mio fratello tranquilli nella casa che, dopo aver resistito alla guerra ed ai vari terremoti precedenti, anche quella volta uscì ferita ma salva dal terribile evento. Convincemmo mia madre a lasciare l’abitazione ed andammo a Paduli dove trascorremmo un po’ di tempo davanti alla televisione, cercando di seguire i vari notiziari che fornivano un quadro della situazione. Avevamo perso l’anziana zia Elena che viveva con mia madre; non riuscivamo a sapere dove fosse finita dopo essere uscita nel pomeriggio per andare a trovare un’amica nei pressi della Stazione. Il giorno seguente sapemmo che si era rifugiata a casa di amici nella zona alta della città. Giri in macchina cercando di ritrovarla, ci mostrarono piazze piene di gente ferma nelle macchine in cui ci si apprestava a trascorrere la notte; intanto era scesa una fitta nebbia che ricordava quella del mio sogno  e realmente l’aria era giallastra ed irrespirabile per la polvere e l’umidità.

Una notte strana in cui la paura era la padrona. Una notte trascorsa pensando a chi non aveva più una casa in cui poter ritornare, a chi aveva lasciato la sua vita sotto le pietre, a chi aveva perso ogni cosa. Una notte interminabile che segnò un prima e un dopo nella vita e che avrei ricordato per sempre. La distruzione operata dal terremoto sembrò coincidere con la distruzione del mio matrimonio. Rovine da una parte, mura lesionate e sbriciolate da ricostruire nella città e nei paesi vicini, rovine nel cuore che, ferito dalla realtà di un’unione che stava lentamente sgretolandosi, si ritrovò ad affrontare da solo e coraggiosamente la ricostruzione di un’esistenza che sembrava essere andata in frantumi.

Quello che non uccide fortifica” ed oggi eccomi qui, così come sono, come tutti mi conoscono, a proseguire il mio percorso di vita senza mai dimenticare chi ne ha fatto parte, chi è scomparso, chi oggi non c’è più per inseguire vane chimere e senza ignorare gli eventi trascorsi che, con la loro importanza, hanno temprato il mio carattere e mi hanno insegnato ad affrontare tanti problemi senza smarrirmi nè perdere la speranza.

40 anni fa… 23 Novembre 1980, giornata terribile e sconvolgente

Oggi… 23 Novembre 2020, periodo terribile di pandemia e quarantena nel mondo     

Graziella Bergantino