Trovo che più amara della morte è la donna, che è come il laccio dei cacciatori, il suo cuore è come una rete, le sue mani funi”, queste le parole di Tommaso d’Aquino, richiamate anche da Umberto Eco nel celeberrimo libro Il nome della rosa”: frase emblematica della atavica misoginia del mondo occidentale che affonda le sue profonde radici nella cultura giudeo-greco-romana. Questo è stato anche il tema dello spettacolo “Scarpe rosse che ha avuto luogo ieri  nel cortile del Palazzo Reale di Napoli, parte del palinsesto di Napoli Teatro Festival Italia 2020 diretto per il quarto anno consecutivo da Ruggiero Cappuccio.

Lo spettacolo, che ha come tema la violenza contro le donne, abilmente scritto diretto ed interpretato da Maria Rosaria Omaggio in collaborazione con Maria Letizia Compatangelo, è un recital che alterna momenti recitati a momenti coreutici eseguiti dalla compagnia di danza e musica Movin’Beat. I due elementi si  fondono in un’unica narrativa, volta a mettere in evidenza quanto l’odio e la conseguente violenza verso le donne siano profondamente radicati nella cultura giudeo-classico-cristiana.  A dividere il palcoscenico con Maria Rosaria Omaggio c’è stato Pino Quartullo, nell’arduo compito di rappresentare “l’uomo” attraverso i secoli.

Da Lucrezia di Collatino a Ipazia, da Pia de’ Tolomei a Francesca da Rimini, da Artemisia Gentileschi a Beatrice Cenci, a tante altre, queste le storie delle donne che sono state richiamate in vita per dare voce ai loro racconti di violenza, morte ed ingiustizia, per far emergere quel sottile filo d’argento, nascosto nelle trame di una storia scritta e raccontata dagli uomini. Così di donna in donna, di omicidio in omicidio, perché di questo si tratta, bisognerebbe infatti smettere, a mio parere, di chiamarli “femminicidi”, abbiamo attraversato i secoli e siamo approdati ai giorni nostri, qui ad ogni donna uccisa, che ha raccontato la sua storia, è stato dato il nome di Eva, prima di menzionare il suo nome.

Ed è proprio di Eva e della sua controparte classica Pandora che vorrei parlare brevemente prima di concludere. Se Eva è il simbolo dell’origine di tutti i mali nella cultura giudeo-cristiana, Pandora è l’artefice di tutte le disgrazie dell’uomo per la cultura greco-romana, ma questa, a differenza di Eva, è essa stessa, una punizione per l’uomo che aveva sfidato i titani usando il fuoco datogli da Prometeo. Con queste premesse non ci sono mai state molte speranze per noi donne.

Ma il mito, si sa, è fumo negli occhi, la verità traspare sempre dalle fonti legislative di un popolo, l’odio verso le donne è, come tutte le forme di odio, sinonimo di paura, paura di perdere il controllo e quindi il potere. Nel diritto di famiglia romano, studiato ancora oggi esiste un concetto familiare a tutti che è stato vero per secoli: “Mater semper certa est, pater numquam”. Tutte le storie ascoltate nel corso del recital, hanno a che fare con questo, non con i sentimenti: la necessità di controllare la riproduzione, e di assicurarsi la legittimità dei figli, pena la morte.

La donna è stata per secoli un animale da tenere sotto controllo, come è stato efficacemente e drammaticamente messo in evidenza nello spettacolo,  tanto da esautorarla anche dal potere di genitrice, i figli provenivano solo dal seme del padre, la madre era solo un contenitore per accogliere e far crescere degli esseri che geneticamente provenivano solo dall’uomo.

Ecco che si spiegano le centinaia di violenze ed omicidi che ancora vengono perpetrati dagli uomini a danno delle donne, ed ecco spiegata l’inettitudine e la lentezza di un sistema legislativo che ancora ha difficoltà a condannare severamente e a considerare seriamente i migliaia di casi di violenze, stupri e morti annunciate che ogni anno ci sono nel nostro paese. Il pregio più grande di questo spettacolo, oltre all’ovvio talento ed abilità artistiche di quanti ne hanno fatto parte, è stato proprio quello di rendere evidente quanto faccia parte del DNA culturale maschile la necessità di mantenere il potere ed il controllo sulle donne.

La compagnia di danza si è avvalsa delle coreografie di Antonella Perazzo, le musiche originali, sono state composte da Gianluca Perazzo e Mario Perazzo. Le immagini rielaborate, per l’abile proiezione del video artist Mino La Franca.