E qui vi nacque la città di Napoli, nell’VIII secolo a.C. quando i Cumani posarono la prima pietra di Partenope, l’antico nucleo della città sul Monte Echia. Il nome è quello di una sirena, simbolo della fecondità e dell’abbondanza d’acqua. Solo nel VI secolo diventerà Palepolis, in contrapposizione alla Neapolis.
In età imperiale, Lucio Licinio Lucullo costruisce il Castrum lucullanum, la sua sfarzosa villa e qui Petronio ambienta alcuni passi del Satyricon; a Santa Lucia è mandato a morire Romolo Augustolo.
Il borgo si estende fino all’isolotto di Megaride con Castel dell’Ovo, a via Chiatamone, a via Partenope e, verso Palazzo Reale, al Molosiglio e a via Cesario Console, fino ad abbracciare il Pallonetto, dedalo di vicoli, e il Monte Echia.
Qui ancora oggi, ma negata, scorre la preziosa acqua “suffregna” o “zurfegna“, benefica per la salute, che nasce dalle grotte del Chiatamone; acqua ferrata, per secoli la “bevanda” per eccellenza dei napoletani.
Nasce dalle sorgenti del monte Echia, raggiunge il pozzo artesiano che si trova nel Palazzo Reale (per volere di Ferdinando II) e arriva al numero civico 50 di via Chiatamone.
L’acqua è anche detta “di mummare” perché così si chiamavano le caratteristiche anfore di creta a due manici utilizzate nel passato per trasportare l’acqua ai vari banchi sparsi per la città, senza alterarne le proprietà e la freschezza. Nel 1973 l’epidemia di colera portò come conseguenza la chiusura della fonte per evitare contaminazioni, e in segreto vi si eresse un palazzo per poter avere il “monopolio” di quell’acqua.

Santa Lucia borgo di pescatori, con il suo borgo labirinto di bettole e viuzze e approdi malsani, botteghe di pesce e antiche fabbriche di remi, smercio di frutti di mare e bottiglie d’acqua sulfurea.
Nei secoli si ingentilisce e migliora, i popolani si mischiano ai borghesi e, a cavallo tra ‘600 e ‘700, la sua bellezza attira gli avventurieri del Grand Tour.
Qui apre per la prima volta nel 1621, la chiesa di Santa Lucia Vergine al Monte, addossata ad un’antica cappellina che ancora oggi vi risulta inglobata. Al tempo vi era un quadro della deposizione di Cristo e sui primi due altari laterali due grandi dipinti di Luca Giordano raffiguranti S. Pietro d’Alcantara e S. Pasquale Baylonne; in una Cappella un dipinto di S. Rosalia del Vaccaro. Nel tempo i quadri furono portati altrove.
In occasione di alcuni trasferimenti, venne alla luce un altro affresco, una Madonna con Bambino e S. Giovannino, il cui originale, della scuola di Raffaello,, si conserva nel Museo di Capodimonte. Nel 1845, la risistemazione della strada del Chiatamone – il cui livello fu rialzato – provocò l’interramento della chiesa cinquecentesca, sulla quale fu costruito l’attuale tempio. Oggi è la Basilica pontificia minore del santuario di Santa Lucia a Mare, chiamata perché un tempo, prima dell’espansione a mare del Borgo, sorgeva sulla riva della spiaggia.
Santa Lucia cambia volto dopo l’unità d’Italia, con il risanamento. Nel 1883, viene progettata la colmata a mare, realizzata tra il 1895 e l’inizio del XX secolo. L’intervento trasformò la panoramica via Santa Lucia in strada interna, sollevando un coro di dissenso che vide marciare in prima linea intellettuali del calibro di Matilde Serao e Ferdinando Russo. Nacque così una passeggiata tra palazzi in stile liberty, locali d’epoca e caratteristici scorci.
Le istantanee della Santa Lucia che fu sono conservati nelle tele e nelle altre opere dei tanti artisti che ne sono stati sedotti. Tra questi C. W. Allers con le sue litografie e lo scultore Vincenzo Gemito, che dagli scugnizzi del quartiere fu ispirato per la creazione de “Il pescatoriello”, “L’acquaiolo” e la “Testa di Licco”. E ancora Hess, Gatti, Vianelli, Migliaro, Gregorovius, Breton, De Musset.
Santa Lucia borgo di vecchi pescatori che, ogni mattina, intrecciavano maglie e reti da “lancio” e da “posta”, raccontandosi favole come scugnizzi, accompagnati dallo stridore dei gabbiani che, da tempi immemorabili, planavano sulle banchine.
Santa Lucia delle donne dei pescatori che, fin dalla nascita, come dice il Capaccio, “stavano ignude dentro l’acqua“, coi denti neri, rovinati da acque malsane, pronte a popolare il lungomare per rincorrere le carrozze dei signori, offrendo loro ceste di pesce.
Una storia che non c’è più, distrutta dalle colmate di cemento che innalzarono la strada, per far sparire la vergogna di un luogo malsano e osceno, agli occhi dei benpensanti.
Più nessuno oggi vede i pescatori tirare le reti sulle spiagge del Lungomare, né sa cosa sia trascinare a riva un argentato e saltellante balenio di pesci di scoglio. Ancora qualche pescatore, invece, va a pesca con le lampare nelle notti d’estate, inseguendo acciughe e sgombri ma soprattutto il polipo verace, un altro “personaggio” famoso della zona.
Santa Lucia era il mercato a cielo aperto degli ostricari. Si piazzavano sul lungomare, intorno alla Fontana del Gigante di Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino, con i loro banchi perennemente bagnati dall’acqua di mare.

Santa Lucia era anche teatro della ’nzegna (da “insegnare”, in questo caso, a nuotare o secondo altri derivante dall’usanza di gettare nel fuoco abiti vecchi e incignare o mostrare i nuovi.), la festività luciana per antonomasia. Si trattava di un corteo carnevalesco, messo in scena generalmente la seconda domenica di agosto, in cui un uomo e una donna vestivano i panni di Ferdinando IV e Maria Carolina e sfilavano per il borgo su un carro, seguiti da un corteo che dal Pallonetto, dopo una sosta al caffè Gambrinus, arrivava fino al Borgo Marinari per assistere a giochi popolari in acqua e far provare al primo malcapitato il brivido del bagno improvviso che, se costui non sapeva nuotare, lo scaraventavano in acqua e , circondato da esperti nuotatori, prendeva i primi rudimenti, ma anche uno scherzoso spavento.
Santa Lucia era anche canzone che tramandava le tradizioni e le caratteristiche dei luoghi e della gente del posto. Tra i titoli famosi: “Santa Lucia”, brano scritto da Teodoro Cottrau nel 1849, “Santa Lucia luntana” di E. A. Mario datato 1919, e “’A Lucìana”, successo del 1953 interpretato da Renato Carosone, che dipinge l’identikit delle donne del borgo. Tracce di santa Lucia anche nel cinema: i fratelli Lumière, gli inventori del cinematografo, alla fine dell’Ottocento inserirono in un breve filmato su Napoli fotogrammi velocissimi, in bianco e nero, senza voce che immortalavano uno spaccato di vita a via Santa Lucia. Mentre nel 1973 parte del borgo è stata ripresa da Francesco Rosi nel film “Lucky Luciano”, incentrato sul gangster americano stabilitosi a Napoli dopo essere stato cacciato dagli Usa, che proprio a Santa Lucia amava passeggiare e sorseggiare caffè.

3slucia
Poi venne il dopoguerra, il contrabbando delle bionde, gli scafi che spesso per un motivo o per un altro lasciavano dolorose scie di sangue raccontato in bellissimi film realisti ma anche da una pessima produzione che dava risalto alla camorrità dei suoi abitanti, marchiati indistintamente, facendone eroi alla rovescia.
Poi venne la camorra, quella vera, organizzata e che ancor oggi è presente, ovviamente a Santa Lucia e non solo, ma questa è un’altra storia.
Rimane il fascino di questa zona, ieri come oggi, aperta su quello specchio di mare che è il golfo di Napoli, una armoniosa manifestazione di architettura squisitamente Liberty, messa insieme dall’assemblaggio di case e palazzi stagliati contro le preesistenze non lineari della costa, a sua volta schermata dalla mole del Vesuvio, ed il costone tufaceo, ultimo pezzo rimasto grezzo ed antico di Pizzofalcone, oltre il quale si nascondono il Pallonetto e poco distante i quartieri di Monte di Dio e dell’Egiziaca.
La culla di Napoli, insomma.

di Carlo Fedele