Un turista o un fedele napoletano particolarmente attento potrebbe porsi una domanda analizzando il tradizionale “copione” dei festeggiamenti in onore di San Gennaro: come mai, il 19 settembre, giorno del martirio del santo, nonché festa patronale cittadina, non si svolge una processione per le vie di Napoli così come accade in tante altre realtà d’Italia e d’Europa? La risposta è che nei secoli addietro un corteo sacro aveva sicuramente luogo e che anzi proprio in questa data di settembre di un anno intorno al 340, secondo il volume “Della città di Napoli: dal tempo della sua fondazione sino al presente”, raccolta di “memorie storiche” del nobile Francesco Ceva Grimaldi (1857) , il vescovo Zosimo insieme al Capitolo e ai devoti avrebbe traslato in città  parte del cranio ed altre reliquie del corpo del vescovo martire dall’Agro Marciano di Pozzuoli, luogo della sua sepoltura, seguendo il tracciato della “Neapolis –Puteoli per colles”. A causa della forte calura che spesso ancora capita di avvertire durante gli ultimi giorni dell’estate, i partecipanti si sarebbero fermati brevemente presso il Borgo di Antignano nel quale visse nel Quattrocento il celebre letterato Gioviano Pontano (il Grimaldi ne ricorda qui una lapide commemorativa) e dove oggi sorge una basilica costruita nel 1857  per volere di re Ferdinando II delle Due Sicilie ed intitolata al santo Patrono. Negli anni seguenti la diocesi napoletana decise di commemorare il rientro “in domo” delle spoglie del martire con una processione che seguisse lo stesso itinerario. Tuttavia, durante l’espletamento di tale pratica, secondo la tradizione popolare, il 19 settembre del 389, si sarebbe verificato per la prima volta il prodigio della liquefazione del sangue: in circostanze piuttosto misteriose il vescovo del tempo, Severo, avrebbe ricevuto due ampolline colme di sangue: accostandole ai resti del cranio nel momento della sosta del corteo ad Antignano, il liquido rossastro al loro interno si sarebbe miracolosamente sciolto per poi indurirsi immediatamente all’atto del loro allontanamento. Fu così che da allora la tradizionale processione, detta tra l’altro degli “inghirlandati” per il copricapo fatto di foglie usato dai partecipanti per ripararsi dal sole, si arricchì di un’ulteriore preziosa testimonianza della santità del martire la quale pertanto sarebbe stata custodita presso la chiesa extramoenia di S. Gennaro dei Poveri, all’altezza delle note Catacombe di Capodimonte. Sempre secondo il Grimaldi, in virtù del fatto che molti fedeli, impegnati nei campi per la vendemmia ed altri lavori agricoli stagionali, non riuscivano a prendere parte all’evento, si decise nel XIII secolo di spostarlo a maggio: più precisamente, papa Clemente IV diede ordine al vescovo Delfina di effettuare il corteo il “dì otto” per poi spostarlo al primo sabato del mese; nel decreto del ponte, inoltre, si dispose il cambiamento dell’itinerario che non doveva più raggiungere la collina del Vomero ma ogni anno una diversa chiesa del centro antico: tale alternanza sarebbe durata sino all’epoca di re Roberto d’Angiò il quale invece stabilì definitivamente (ed è il caso di sottolinearlo visto che il protocollo è rispettato rigorosamente ancora oggi!) come meta finale il pantheon della sua dinastia, la Basilica di Santa Chiara.

Angelo Zito