Oltre al danno le beffe. A perdere da questa vicenda è certamente il Sud tutto, ma non lo Stato, né il Centro Nord.

Il prof. Giannola, in passato presidente della Fondazione Banco di Napoli e oggi presidente della Svimez,  richiama l’attenzione sul fatto che dall’acquisizione da parte di Bnl del 30% del Banco, il Tesoro, unico azionista di Bnl, ha guadagnato 1000 miliardi di lire grazie alla successiva privatizzazione di Bnl.  Non ci sono dati ufficiali dell’acquisizione del Banco da parte di San Paolo-Imi, oggi Banca Intesa, ma è chiaro che il gruppo torinese ha acquisito solo la parte più sana del Banco, perché il Ministero dell’Economia ha relegato i debiti alla Sga, che da bad bank è stata trasformata in istituto creditizio, oggi già ufficialmente alla mercé di altri salvataggi bancari nel nord Italia.

Sorge quindi il dubbio che la parte sana del Banco e della sua Fondazione, ovvero il patrimonio accumulato nei secoli dalla società napoletana e meridionale, sia finito per volontà e azione statale a rimpinguare le floride casse di gruppi bancari, che, si sottolinea, sono di natura privata e di matrice settentrionale; il tutto con il silenzio complice e assordante di intere classi politiche meridionali. Un dubbio che è anche un’ipotesi di lavoro per i successivi decenni, perché a fusione fatta nel 2000, è lecito chiedersi come saranno trattati i correntisti meridionali, che dal 26 novembre 2018 sono nel portafoglio clienti di gruppi bancari settentrionali. Soprattutto alla luce di avvisaglie, quali l’ultimo bando di Intesa San Paolo, in cui si cercavano figure professionali solo da Roma in su, e dato che lo stesso nome del Banco cesserà di esistere anche a livello figurativo dal 2020, quando gli sportelli dello stesso assumeranno ufficialmente la denominazione di “Banca Intesa”.

Creare un grande polo bancario e finanziario solido, capace di competere a livello mondiale è più che lecito, può solo giovare allo Stato e questo è ciò che Banca Intesa vuole diventare con l’appoggio dei governi di tutti i colori. Ma che questo sia fatto a scapito di una parte del Paese, dopo che per decenni si è sputato sull’inutilità dell’intervento pubblico nel Meridione, è quanto di più ingiusto e preoccupante.

Sempre il prof Giannola invita da anni a ché ci sia un riconoscimento all’azione della Fondazione, che può ancora chiedere per sé un ruolo attivo nel privato sociale del Meridione.

Il professore ha rivolto un accorato appello affinché lo Stato non abroghi alla responsabilità di salvare realtà come quelle della Fondazione. Non è riuscito ad intervenire con la Cassa del Mezzogiorno prima o con il Banco poi, né riesce a fare con un’organizzazione mirata dei fondi europei.

Non si sminuisca il sacrificio della Fondazione, che può vivere ancora di vita propria e per l’interesse comune di un territorio che va oltre Napoli città.

Possa questo appello essere colto dagli uomini dello Stato, visto che i suoi apparati fingono sordità per camuffare le reali responsabilità del fallimento della Cassa per il Mezzogiorno e di quanto ne è seguito.

Negli ultimi anni si è creato un gruppo di minoranza in seno al Consiglio di Amministrazione della Fondazione, il quale concorda che sulla svendita del Banco all’Istituto San Paolo, poi divenuto Banca Intesa, ci sia un passivo superiore a quello certificato, pari a 10 milioni di euro, su un patrimonio di 120 milioni di euro. Sarebbe da rivedere al rialzo e nello specifico circolano voci di un passivo pari a un terzo del totale, il tutto causato da partecipazioni sbagliate, come quella in Banca Regionale di Sviluppo (da ora Brs), nata nel 2000 e già in gravissima mancanza di liquidità.  Di Brs furono acquistate azioni pari a 1 milione 576 mila euro prima, 6 milioni e 424 mila euro dopo, per un totale di 8 milioni di euro, il 30% del capitale totale di Brs.

Quell’operazione ha dato il via ad un esposto presso il ministero dell’Economia e l’allora ministro Padoan da parte del prof. Fimmano’, a capo di un gruppo di consiglieri che dissentono dal prof. Marrama. Il prof. Fimmanò è il componente designato dalla Regione Campania nel Consiglio generale della Fondazione. Particolare importante, di cui il lettore dovrà tener conto nel cercare di capire gli equilibri interni all’ultima grande fondazione sopravvissuta alle operazioni che dal 1992 hanno smantellato le logiche, a volte buone a volte meno, di finanziamento pubblico e privato nel Mezzogiorno, e che portano alla nomina del nuovo presidente e all’indirizzo che la Fondazione prende con le elezioni del 21 novembre.

Con il nuovo presidente, l’imprenditrice Rossella Paliotto, attiva anche a livello politico sebbene non a livello partitico, il gruppo di minoranza trova legittimata la propria azione e con essa la richiesta di una Fondazione attenta a valorizzare più l’ambito culturale che quello economico-bancario. Stando al programma presentato dall’imprenditrice, che è stata nel gruppo di consiglieri di minoranza.

Per il gruppo di consiglieri di minoranza, Brs non dava garanzie di continuità aziendale. Inoltre, il cda del Banco aveva agito senza autorizzazione del Consiglio generale. L’allora presidente della Fondazione, il prof. Daniele Marrama, anche presidente della Banca del Sud (da ora BdS), e dal 2016 di Brs, si difende dicendo che la Fondazione aveva agito previa autorizzazione della Bce. Questo sarebbe valido sia in riferimento all’aumento di capitale in Brs, sia nella partecipazione con i 3,5 milioni di euro in BdS, sia con i 5 milioni e 65 mila euro in Banca Popolare di Bari (Bpb). Il che è vero, tanto che l’inchiesta The Queen, che lo ha coinvolto, è finita a sua favore e il professore resterà nel consiglio. Ma i ruoli che il professore continua a ricoprire rendono impossibile una vera posizione di controllo della Fondazione sugli istituti di credito, per un obiettivo interesse personale che ci sarebbe anche da parte di un altro consigliere e del direttore generale della Fondazione, consiglieri anche in Brs. Le perplessità del gruppo di minoranza risultano fondate anche senza un intervento ufficiale, pur richiesto dagli stessi, da parte dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Tutte le acquisizioni azionarie di cui sopra, sarebbero state finalizzate alla creazione di un micropolo di credito nel Sud, cosa che, secondo i consiglieri di opposizione, sarebbe inopportuna, data la finalità culturale con cui nasce la Fondazione. Ora, il prof. Fimmanò è il componente designato dalla Regione Campania nel Consiglio generale della Fondazione. Si esplicita qui, perché il lettore saprà trarre una valutazione più puntuale degli equilibri interni, che portano alle nomine del 21 novembre.