Il giornalista interviene all’evento delle Sardine, chiede unione nella difesa del lavoro e nella ribellione contro la criminalità organizzata

Quando si perde il lavoro è sempre un dramma, a Bologna come a Torino. Però quando accade a Napoli, dove già c’è stato il deserto industriale, in una parte di quel territorio dove c’è l’esercito della camorra, ci si rende conto che gli operai rappresentano un punto di legalità, di democrazia. Nel nostro Paese la classe operaia ci ha difesi dal terrorismo, dallo stragismo e allora difendere il posto di lavoro a Napoli è molto molto importante. La mafia è quella che è, ma si muore anche per il lavoro“.

Con queste parole Sandro Ruotolo manda un abbraccio alle famiglie dei lavoratori della Whirlpool, ai quali esprime la solidarietà di chi partecipa all’evento “Bentornati in mare aperto“. Dal palco di piazza VIII agosto a Bologna, dove domenica 19 gennaio è confluito il movimento delle “Sardine“, ha poi continuato con quella narrazione triste che è la storia di chi lavora e muore. E’ un lamento di dolore, i cui singhiozzi sono un mantra, “Tre morti al giorno, uagliò“, intervallati dal suono di un mandolino. Introduce il ricordo di coloro che “sono un numero“, o meglio “non-sono“. E in quanto prigionieri di una condizione disumana, ci mostrano che il lavoro non ha più la forza di nobilitare l’uomo.

“Se muori al sud, dove non ci sono fabbriche né viluppo, la morte viene a mettere fine al lavoro nero, allo sfruttamento; dove non ci sono diritti si muore per sopravvivere“. La morte ha un solo colore, il nero, quello dell’omicidio. Nel silenzio i manifestanti ascoltano i nomi di alcuni di coloro la cui condizione non è stata livellata neppure dalla morte. Paola Clemente, bracciante stroncata da un infarto nelle campagne di Andria, dove lavorava per trentadue euro al giorno. Pasquale Marigliano, morto nel cantiere del nuovo ospedale di Ancona. Raffaele Ielpo, inghiottito da una frana a diciotto metri di profondità nel cantiere di una metropolitana.

Che Paese è“, si chiede poi il giornalista, “quello in cui, per sfuggire a un controllo dei carabinieri, un imprenditore nasconde per sei ore in una stanza blindata quarantatré dipendenti tenuti a nero, pagati venti euro al giorno? E’ accaduto a Melito“, ricorda, rispondendo: “E’ un Paese senza regole e diritti. Ah, quant’avevi ragione Peppino: la mafia è una montagna di merda!”. Interrotto dall’applauso della platea, riprende il discorso volando dalla memoria di Peppino Impastato a quella di Giovanni Falcone, che omaggia rievocandone una frase: “la mafia ha un inizio, potrà avere anche una fine“. A questo punto, Ruotolo si domanda quando accadrà ciò. Infine, chiede perdono alle vittime della criminalità per l’indifferenza di noi tutti.

Solo in Campania contiamo centocinquantaquattro vittime innocenti di camorra, bambini-donne-uomini, erano nostri amici, nostri familiari. Io e voi, noi non c’entriamo nulla, ma se non cambiamo noi, vincono loro, quindi non possiamo restare indifferenti. Perché la mafia è una montagna di merda. Non giustifichiamoli: ‘Manca il lavoro, ho famiglia, che mangiano i nostri figli?’ Non giustifichiamoli! Manca il lavoro perché ci sono loro, allora mettere in sicurezza le nostre terre non è un costo, ma un investimento per il futuro. La camorra è una montagna di merda“.

Ruotolo rende una testimonianza personale, rievocando Silvia, la cugina uccisa durante una stesa nel giugno del 1997. Per lei si scagliò contro l’indifferenza di coloro che, a distanza di due decenni, definisce quelli che abitano “i quartieri bene che dall’alto della loro misera ricchezza guardano i lazzaroni, quel proletariato senza lavoro da cui attinge la camorra. Ribelliamoci“. Invita tutti a domandarsi perché la criminalità organizzata continui a prosperare. Fa venire alla mente l’immagine della piovra i cui tentacoli sono ovunque, anche in Emilia, in Lombardia, in Veneto. “Le mafie si relazionano col potere. Ecco perché i colletti bianchi, quelli che fanno affari con loro, sono colpevoli come gli ultimi dei delinquenti. La mafia segue l’odore dei soldi. E oggi la ricchezza è prodotta al centro e al nord del Paese, qui ci sono meno anticorpi. La politica, l’informazione, la società civile sottovalutano ancora. Nessuno più è innocente“. L’unico rimedio è rompere il silenzio di cui la malavita si serve per fare affari, restando uniti nella libertà di informare senza paura, per denunciare tutti assieme che “la mafia è una montagna di merda“.

Lunedì 20 gennaio 2020. Sandro Ruotolo con alcuni operai all’ingresso della fabbrica di via Argine. Sono in molti a vederla come un presidio di legalità e di resistenza alle mafie (Ph Credit: Operai Whirlpool)