Non mi dimenticherò mai quello che ha detto l’ex-marito della giornalista investigativa russa Anna Politkovskaya disse dopo la sua morte:” È meglio così: meglio morire che essere screditati. Anna non lo avrebbe sopportato.” Mi è stato detto che volevano incastrarla. Non molto tempo prima che fosse uccisa, avevano cercato di rapirla.  Il piano era quello di drogarla, fare dei filmati pornografici e diffonderli dappertutto, per discreditare la sua campagna sulla libertà d’informazione.
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Questo è quello che mi fa avvilire: la paura che in una maniera o nell’altra sia screditato, che sarò attaccato alle spalle e non sarò capace di difendere me o quello che ho scritto. Sento che sta già succedendo,  che le persone che dicono: “sta mentendo, sta plagiarizzando, ci sta diffamando” finiranno con l’avere più importanza della mia ricerca, dei miei tentativi di investigare come vanno le cose.  Sono costantemente accusato di cercare di fare soldi dalle storie di mafia, di insultare Napoli, di inventarmi le cose. È un modo di abbassare il volume sulle cose che dico. ” Lo sappiamo già questo, lo abbiamo già letto,” questa è una delle cose che dicono.  Se dicessero, “non è niente vero,” sapremmo che sono dei portavoce della mafia. Ma se dicono, ” non è niente di nuovo, si sapeva già,” è un modo più sottile di mettere in dubbio quello che dico.  Non sono attaccato solo dalla camorra, ma anche da parti della società civile, persino da giornalisti che hanno vergogna del fatto che non hanno mai detto niente contro la mafia, e proprio per questo sono resi complici dal loro silenzio.

Coloro che mi sono vicini mi dicono di non preoccuparmi, che è solo invidia. Dato tutto quello che è successo, sopportare questo tipo di critiche non è poi un prezzo tanto terribile da pagare. Ero così giovane quando scrissi Gomorra, non ho avuto il tempo di essere corrotto o sporcato, di compromettere i miei ideali; di chiedere favori e rimanere indebitato con qualcuno. La maggior parte delle persone prima o poi si vendono, mentre invece questo a me non è successo. E questo è imperdonabile.
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Non posso permettermi il lusso di perdere tempo a pensare alla gente che vuole attaccarmi. Se rispondessi peggiorerebbe le cose. L’unica cosa che posso fare è concentrarmi sul mio lavoro, sul mio pubblico, che – quasi più della mia scorta armata – mi protegge. Il fatto che ho un pubblico garantisce la mia libertà, a dispetto di tutte le restrizioni.  Dopotutto la mia è un’esistenza privilegiata. Il mio profilo pubblico mi espone a critiche crudeli, ma al tempo stesso mi protegge.
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Penso al gran numero di persone in Italia che vivono come me, sotto protezione armata dello stato: 585 in tutto.  Persone i cui nomi nessuno conosce, affrontano pericoli senza alcuna protezione, quotidianamente. Penso a persone che, anche se era risaputo che erano dei bersagli, non hanno avuto nessuna protezione. Le morti a Charlie Hebdo dovrebbero far sentire in colpa tutti coloro che non stanno cercando di cambiare il mondo.  È più facile dire questi giornalisti di satira politica se la sono andata a cercare, che guardarsi allo specchio e confrontarsi con l’immagine della nostra inerzia.
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Da quando ho scritto Gomorra, c’è una migliore comprensione del fenomeno mafioso, ed in Italia i governi successivi sono stati forzati ad investire nella lotta al crimine organizzato.  Non possono fare più finta di non sapere che cosa sta succedendo, e l’opinione pubblica non gliela fa passare più liscia. Direi che la percezione del problema è cambiata radicalmente. Questo è il potere del romanzo non-fiction, il tipo di libro che ho cercato di scrivere. Raccontare cose vere con il rigore di un giornalista e lo stile letterario di uno scrittore di romanzi.Una citazione di Truman Capote, a cui spesso mi rifaccio, dice: “più lacrime sono scorse per preghiere esaudite, che per quelle non esaudite”.  Se proprio devo dire di avere un sogno, è che le parole hanno il potere di cambiare le cose. A dispetto di tutto ciò che mi è accaduto, la mia preghiere è stata esaudita. Ma sono diventato una persona diversa da quello che immaginavo. Questo processo è stato doloroso,  ho trovato il tutto difficile da accettare, fino a che non mi sono arreso al fatto che nessuno di noi è in controllo del proprio destino. Possiamo solo scegliere di recitare il ruolo che ci è stato dato.