“Ferma cocchiere, scendo!”. Ordinò battendo il bastone contro lo sportello.

Appena la carrozza fu ferma, Ferdinando ne balzò fuori e salutò i compagni di viaggio con un elegante tocco al suo cappello.

“Ma dove andate? A quest’ora qua è pericoloso” commentò, con accento forestiero, uno dei viaggiatori.

“Marchesi’, lasciate stare che Ferdinando ha appuntamento con il suo fantasma.” gli rispose qualcuno che conosceva la storia.

“Allora è vero che a Napoli ci sono così tanti fantasmi.”

“Non tanti, ma ciascuno ha il proprio.”

Ferdinando Ferro, raggiunto il marciapiede, si girò a guardare la vettura che si allontanava sentendosi come liberato da un peso. Aveva trascorso il pomeriggio fuori al Palazzo Mastelloni a Piazza Carità, guardando le finestre di lei e adesso continuava la via crucis delle memorie. Quel giorno e molti altri a seguire avrebbe trascorso l’alba a piazza Mercato, ma soprattutto quel giorno.

Era l’11 settembre del 1813 e Luigia Sanfelice era morta da 13 anni.

Ferdinando doveva trovarsi proprio là, dove il boia le aveva staccato la testa con un coltello dopo aver piantato la lama nella sua schiena in un gesto inconsulto dovuto alla paura. Aveva paura il boia, mentre il fendente tranciava l’aria, aveva paura perfino lui, paura della folla che quella volta non incitava ad ammazzare i signori come aveva fatto per gli altri dopo la caduta della Repubblica, un anno prima.

Luigia li aveva conquistati.

Il boia non era più un eroe ai loro occhi, un potente giustiziere, un angelo della vendetta, quel giorno appariva per ciò che era realmente: un assassino a sangue freddo. Qualcuno sparò un colpo di fucile e il boia impazzì rendendo quella morte iniqua ancora più straziante, un martirio.

Non era là Ferdinando quel giorno, esiliato da Napoli per lo stesso reato che aveva condotto Luigia al patibolo: sventata congiura per il ritorno del re.

Una pena incomprensibilmente più lieve per Ferdinando che tante volte avrebbe voluto seguire il destino della Sanfelice.

Ora seguiva il fiume dei suoi pensieri.

Luigia, amore mio, sei morta a causa di chi ti amava di più. Io stesso e anche Lenora che fortunatamente non si è resa conto del danno che ti avevamo procurato, quando  hanno ucciso te, lei l’avevano già impiccata.

Il re aveva usato due pesi e due misure con i due amanti.

Terribile era stata la sua vendetta, aveva fatto tagliare migliaia di teste, quasi tutte di nobili e  intellettuali. Il popolo si era divertito all’inizio, i lazzaroni godevano a vedere tanti signori in rovina, ma dopo un anno erano stanchi di sangue, grida e maledizioni, avrebbero accolto la grazia per la bella Sanfelice con la stessa gioia con cui avevano accolto le condanne contro chi l’aveva preceduta.

La grazia tante volte era apparsa a portata di mano. Una finta gravidanza, un vero indulto, nulla era valso a salvarla.

Neanche la nascita di un nipotino, futuro regnante, aveva sottratto Luigia dalla sua triste sorte. Quando la principessa Maria Clementina consegnò al re il neonato, riassumendo in una soltanto le tre grazie che le spettavano per aver partorito un erede, Ferdinando di Borbone reagì sdegnato, restituendo l’infante alla madre in malo modo e rifiutando ogni ulteriore richiesta o preghiera.

Ferdinando di Borbone odiava la Sanfelice con la stessa acrimonia con cui aveva odiato Eleonora Pimentel Fonzeca, sebbene non vi fosse paragone tra le due donne. Tanto acuta e sapiente la seconda quanto allegra e festaiola la prima.

Luigia, l’unica tua colpa è stata amare i balli e le feste ed essere troppo bella.

Tanto bella da far innamorare tutti. Cospiratori e repubblicani.

Gerardo Baccher che congiurava contro i giacobini per il ritorno della monarchia, avrebbe voluto salvarla concedendole un salvacondotto utile quando il re sarebbe rientrato a Napoli. Quel documento fu la condanna a morte per lui e per la sua famiglia.

I repubblicani che avevano saputo tramite Luigia del tentativo di cospirazione, si scagliarono contro i congiurati e annientarono la famiglia Baccher; la Pimentel Fonzeca celebrò l’amica Luigia dal suo giornale, il “Monitore Napoletano”,  conferendole un onore che si sarebbe trasformato in condanna estrema.

Luigia, non eri una intellettuale, non eri una filosofa, non amavi la politica, amavi solo la vita. Attraverso te hanno ucciso la gioia di vivere e la bellezza, le vere minacce per un potere oscuro e opprimente. Consegnasti il salvacondotto a Cuoco, temevi che i monarchici mi avrebbero ucciso e invece, che ironia, mi hanno richiamato qui a Napoli a loro servizio. E quante lacrime ti costò l’assassinio dei Baccher, gli scellerati, come li aveva chiamati Lenora. Una vendetta politica inutile quanto il tuo assassinio, commessa quando ormai era chiaro che la Repubblica Partenopea era finita e che i Francesi non sarebbero mai venuti a soccorrerci. Cosa potevamo concludere noi da soli? Cresciuti sui libri di Voltaire e destinati all’ira del popolo che volevamo salvare da un re altrettanto ignorante.

Ferdinando gettò in terra il suo sigaro, il sole era quasi alto, l’ora non era propizia per i fantasmi che si ritiravano uno ad uno da piazza Mercato. Già da un po’ si allestivano i banchi ma nessuno badava a quell’uomo mesto ed elegante seduto sul marciapiede, fantasma tra i fantasmi, in quella sfortunata piazza.

Anche Ferdinando Ferro si allontanò, l’ultimo repubblicano di Napoli, tornato a Napoli più morto che vivo.

Stefania Squillante