Questa mattina il Comitato San Gennaro, la Consulta Popolare per la Salute e la Sanità del Comune di Napoli, e il movimento disoccupati 7 novembre hanno organizzato l’ennesimo flash mob di protesta sul Ponte “Maddalena Cerasuolo” (quartiere Sanità) per denunciare il lento ma inesorabile disfacimento del presidio sanitario, ancora più indispensabile dopo l’arrivo del Covid. L’agognata riconversione, annunciata a più riprese da Regione e Asl, sembra lontana anni luce dopo lo smantellamento praticato dal 2016 a questa parte senza soluzione di continuità. Con camici carnevaleschi recanti l’amaro slogan “non va per nulla bene” e “I soldi volano. Gli ospedali crollano. La Regione dov’è”, cittadini comuni hanno puntato il dito contro i ritardi cronici nei lavori di riqualificazione della struttura – che avrebbe un bacino d’utenza di 100mila utenti: solo pochi mesi fa infatti venivano spesi 86mila euro per risolvere il problema endemico delle infiltrazioni nel tetto, che tuttavia continua a rilasciare acqua per lo sgomento della popolazione – “lavori parziali – racconta Mauro Migliazza del Comitato – rischiano di far chiudere alcuni reparti come cardiologia e gastroenterologia e comporterebbero lo spostamento del reparto di assistenza domiciliare oncologica. Questo ritarderà ancora di più la riconversione”; e resta irrisolto anche il guasto ai due ascensori, con i pazienti invalidi e anziani costretti ormai da mesi ad utilizzare le scale. Ma non è tutto: ferma al palo pure la sostituzione del personale.

Ad ogni modo sembrano inutili, al momento, gli appelli rivolti al direttore dell’azienda sanitaria locale Ciro Verdoliva, che da quanto si apprende avrebbe interrotto il tavolo diverso tempo fa, “da mesi insiste nel non stabilire un incontro per decidere del futuro della struttura” dicono dal comitato “No alla chiusura dell’ospedale San Gennaro”, il quale lungi dal circoscrivere la battaglia ad un solo settore, invita singole persone e forze politiche alla partecipazione attiva “per evidenziare che la sanità, il lavoro, la lotta al degrado nei quartieri sono questioni intimamente legate tra loro e che nessuno può vincere da solo”.

 “La riapertura non riguarda solo il quartiere – afferma Giuliano Granato di Potere al Popolo, presente per dare manforte ai manifestanti – ma tutta la città di Napoli, che ha bisogno di un nuovo modello di sanità territoriale”.

La ricostruzione

Era il 2010 quando veniva emanato il decreto 49, che di fatto ordinava la dismissione del nosocomio. Le prime ripercussioni sull’attività ospedaliera già l’anno successivo: nel novembre 2011 infatti si verificava la chiusura del Pronto soccorso – seguita nel 2014 dalla chiusura dei reparti di Ostetricia e Ginecologia (per i quali solo nel 2009 erano stati spesi circa tre milioni e mezzo di euro per ammodernarli e acquistare apparecchiature per la rianimazione). Nel 2015 la goccia che il senso comune vuole faccia traboccare il vaso: via il reparto di Maternità, e un intero quartiere tra i più densamente abitati di Napoli a fare i conti con un tale disservizio. Iniziano ad addensarsi le proteste e la formazione dei primi comitati.

Le suddette decisioni sarebbero state confermate poi da Vincenzo De Luca nell’ottobre del 2016, con una nota che tuttavia ne camuffava il drammatico esito: il nosocomio sarebbe rimasto un presidio al servizio di Napoli aperto ai cittadini – stando a quanto dichiarato dall’Ente. Al tempo la sanità campana era stretta tra la morsa del commissariamento, che ordinava il taglio indiscriminato, e la necessità dei vertici regionali di mantenere il consenso, ecco quindi una sorta di compromesso: l’ospedale sarebbe stato potenziato nelle sue funzioni ma non avrebbe avuto più attività di ricovero. Proprio in quei giorni in cui tale comunicato veniva dato in pasto ai media, si metteva in atto il trasferimento presso l’ospedale Ascalesi dei reparti d’eccellenza di Ematologia e Oncologia: un’erosione quasi senza precedenti.

Un primo piccolo risveglio, l’amministrazione regionale lo offre solo nel luglio 2019, quando si inaugura la Suap, Struttura Unica di Accoglienza Permanente. Allocata al secondo piano dell’edificio, e dedicata a pazienti bisognosi di cure importanti e che potevano trovare assistenza solo nelle rianimazioni. La struttura metteva a disposizione 10 posti letto, e un locale esclusivamente dedicato all’accoglienza dei parenti. Volendo essere più precisi, i pazienti accolti dalla Suap erano quelli con lesioni cerebrali acquisite, ma anche pazienti che prevedano una degenza prolungata o temporanea: tracheotomie, gastrostomia o un sondino nasogastrico; così come pazienti che hanno bisogno di cure palliative. Un passo in avanti, e tuttavia lontano anni luce da quello che poteva essere considerato un presidio sanitario storico di una città come Napoli.

Ma quelli che sembravano gli albori di una lenta rinascita lasciano subito il posto alla conferma dello smantellamento: nel luglio 2020 ha chiuso il reparto Ematologia; via anche l’Oncologia. Stessa sorte alla Medicina d’Urgenza.

Dunque da quel decreto 49 del 2010 ad oggi, sono passati esattamente poco più di dieci anni, e nulla è cambiato se non la strenua resistenza della cittadinanza.