PRIMA PARTE

Raimondo Di Sangro, settimo Principe di Sansevero, nacque a Torremaggiore, in provincia di Foggia, ma divenne napoletano a tutti gli effetti, da quando a 20 anni andò ad abitare nel palazzo di famiglia, nei pressi di Piazza S.Domenico Maggiore, per poi non abbandonare mai più questa città.

Raimondo di Sangro  discendeva per parte di madre da una famiglia di intellettuali e da parte di padre da una delle famiglie più potenti del tempo, ricca di condottieri dell’esercito spagnolo. Il nonno, Paolo di Sangro, si era guadagnato il titolo di Grande di Spagna, di prima categoria, per sé e per i suoi discendenti maschi, oltre a tutti gli incarichi ufficiali presso la corte. Sia i Sansevero che i Gaetani (cognome della madre) vantavano ascendenze al medio evo, un’eredità che li poneva in una posizione di autonomia rispetto alle varie dominazioni succedutesi a Napoli.

Suo padre Antonio, duca di Torremaggiore e sua madre Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, possedevano diversi feudi in Puglia (San Severo,Torremaggiore, Castelnuovo, Casalvecchio di Puglia, Castelfranco). La  madre morì poco dopo la sua venuta alla luce ed il principe le dedicò nella cappella San Severo, la statua della Pudicizia Velata, in cui si poteva vedere una donna completamente ricoperta da un drappo che ne lasciava intravedere le forme, che si poggiava ad una lapide spezzata ad indicare, appunto, la prematura scomparsa. Il padre Antonio di Sangro, incallito libertino, dopo la morte della consorte, si era innamorato di una ragazza, il cui genitore non accettava questo rapporto, e quindi ordinò di ucciderlo. Il sindaco di San Severo lo attaccò e lo accusò di questo omicidio. Antonio di Sangro trovò rifugio, presso la corte di Vienna, diventò amico intimo dell’Imperatore e da lì continuò a dichiararsi innocente. In seguito la magistratura pugliese archiviò il delitto e Antonio di Sangro ritornò nei suoi feudi dove fece uccidere il suo principale accusatore, il sindaco Nicola Rossi. Dopo questo nuovo efferato delitto, per evitare la galera,  si rifugiò in convento, dove prese i voti e si dedicò alla vita religiosa.

Quella dei de Sangro è una tra le più antiche ed illustri famiglie del Meridione e tradizione vuole discenda da Carlo Magno. Lo stemma della famiglia, infatti, è quello dei discendenti dei duchi di Borgogna, che fondevano le stirpi carolingia, longobarda e normanna. Legatissima al potente Ordine Benedettino, la Casa de Sangro vanterà, oltre ad abati ed altissimi prelati, anche i santi Oderisio, Bernardo e Rosalia. Legati da vincoli di parentela con la potente casata furono quattro pontefici: Innocenzo III (1198-1216); Gregorio IX (1227-1241), che istituì la famigerata Santa Inquisizione (contro la ammissione della quale nel regno di Carlo di Borbone si batté proprio il lontano discendente Raimondo di Sangro);  Paolo IV Carafa (1555-1559); Benedetto XIII (1724-1730).  La tradizione, invece, li fa discendere da Berengario, dal quale derivò Bernardo Francesco, venuto in Italia al seguito di Ugone, duca di Aquitania. Nel IX secolo, scesero in Italia e si stabilirono perlopiù negli Abruzzi, ove riuscirono a conquistare e, quindi, a governare diversi feudi e contee, assumendo il titolo di “Conti dei Marsi”. All’inizio del 1500, ottennero il titolo di marchesi, alla fine dello stesso secolo divennero duchi e pochi anni dopo questo titolo acquisirono, anche, quello di principi, governando, il loro vastissimo impero in maniera tirannica, dispotica e violenta.

I de Sangro, che anticamente apparivano in molte scritture con il cognome “de Sanguine”, erano investiti di diversi titoli, tra i quali signore di Belmonte, duca di Torremaggiore e principe di San Severo, barone di Bugnara (dal quale discesero i baroni di Casignano e Toritto, i duchi di Vietri, i duchi di Casacalendra, i principi di Viaggiano, i principi di Fondi, i marchesi di S. Lucido, i duchi di Sangro, i duchi di Martina Franca). Tra le altre cose, i de Sangro vengono ricordati anche come Grandi di Spagna. Nel loro albero genealogico sono presenti personaggi famosi e significativi, quali: Simone I, morto nel 1168 circa, fu il primo a fregiarsi di questo cognome che deriva dal possesso di Castel di Sangro. Simone II che, nei primi decenni del 1300, investito del titolo di signore di Bugnara e maresciallo del Regno, conquistò con la forza i beni appartenenti alla casa dei Signori di Altamura e saccheggiò quanto posseduto dagli ecclesiastici abruzzesi. Placido de Sangro, vissuto nel 1500, legò il proprio nome al tentativo di introdurre a Napoli il Tribunale dell’Inquisizione. Raimondo di Sangro (1710 – 1757) fu il settimo principe della casata di Sansevero di Sangro, che ebbe come capostipite (1587) Gianfrancesco (Cecco) di Sangro.

Il giovane Raimondo di Sangro venne affidato, in mancanza dei genitori, alla tutela dei nonni paterni che a 10 anni, lo mandarono a studiare presso la scuola Gesuitica di Roma, ove restò fino al compimento dei 20 anni. Portato per lo studio, divenne con il tempo una delle menti più geniali del Settecento napoletano ed europeo. La sua cultura era decisamente superiore e quindi sovrastava la stragrande maggioranza della nobiltà napoletana, ritenuta grossolana, dozzinale e soprattutto ignorante. Amante di araldica e geografia, si dedicò anche allo studio della retorica, filosofia, logica, matematica e geometria, scienza, fisica, greco, latino, ebraico nonché, predisposto per le lingue straniere, si buttò nell’apprendimento della lingua tedesca, pagando con le sue sostanze economiche un sacerdote.

stemma-de-sangroNel 1730, compiuti 20 anni, Raimondo ritornò a Napoli, dove la sua casata risiedeva abitualmente. Come tutte le famiglie nobili che contavano nel regno di Napoli, ereditò il titolo di VII Principe di San Severo. Nonostante l’insegnamento religioso ricevuto, ben presto il giovane nobile napoletano entrò a far parte della Confraternita segreta dei Rosacroce, dove venne iniziato ad antichi riti alchemici.  Nello stesso periodo, per matrimonio combinato, sposò una sua cugina quattordicenne, Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona, che viveva in Belgio, cugina che conobbe dopo sei anni a causa delle continue guerre europee, nel 1736, quando lo raggiunse a Napoli. Dal matrimonio con Carlotta nacquero cinque figli. Carlotta, bionda, bella e virtuosa, dedita a opere di beneficenza, faceva vita di corte reale come dama della regina Maria Amalia, consorte di Carlo III.

Il Principe cambiò radicalmente la propria vita. Alambicchi, forni e provette riempirono lo scantinato del suo palazzo e di notte non era raro vedere strani fumi colorati e sentire odori pestilenziali fuoriuscire dalle finestre sbarrate che davano sulla strada. Fu in quel periodo che i napoletani iniziarono a chiamarlo “stregone”.  Su Raimondo de Sangro, settimo principe di Sansevero, nella Napoli di fine Settecento correvano le voci più disparate. Secondo il popolino, faceva rapire poveri disperati i cui corpi dovevano servire per i suoi esperimenti e castrava fanciulli. Qualcuno arrivò a dire che avesse ucciso sette cardinali con le cui ossa e pelle avrebbe fatto altrettante orribili seggiole. Egli fu colto, amante dell’arte, gran mecenate e personaggio di rilievo nella vita culturale cittadina. Un personaggio pieno di estro, arrogante, nobilotto, naturalista e filosofo, appassionato di alchimia, di meccanica e delle scienze in genere. Insomma, all’apparenza un perfetto intellettuale illuminista e al contempo un occulto alchimista, che segretamente coltivava la passione per un esoterismo sconosciuto.

Di lui si narravano invenzioni incredibili come il “lume eterno”, una fiamma che ardeva senza fine consumando minime quantità di un combustibile di sua invenzione, ottenuto, si diceva, anche tritando le ossa di un teschio umano. Probabilmente si trattava di un composto chimico a base di fosfato di calcio e di fosforo ad alta concentrazione. Si narrava di una macchina idraulica capace di far salire l’acqua a qualunque altezza, e una carrozza “anfibia” che procedeva veloce sulle onde grazie a un ingegnoso sistema di pale a foggia di ruote in grado di andare per terra e per mare, e con la quale attraversò il golfo di Napoli.  Il principe studiò un nuovo modo per filare la seta ed alcuni sistemi per colorare il marmo bianco, dandogli un incredibile effetto e facendolo sembrare una pietra preziosa; studiò infine anche il processo inverso, riuscendo a decolorare i lapislazzuli. Inoltre, sul ponte che collegava il suo palazzo alla cappella, andato distrutto nel 1889, collocò un orologi animato, a forma di drago, che indicava ore, minuti, giorni della settimana, nomi dei mesi e fasi lunari.

Se il popolino lo temeva e lo diffamava, per la nobiltà era un uomo potente, un tempo amico del re Carlo di Borbone e in buoni rapporti con il suo erede.  Per il Re Carlo III di Borbone pare avesse inventato un mantello di tessuto impermeabile: una novità assoluta per l’epoca. La Chiesa non gli era amica, per i suoi legami con la massoneria e certe sue idee religiose non proprio ortodosse. Gli amici lo conoscevano come uomo di scienza dalla vasta cultura sempre impegnato in qualche nuova invenzione. Ma il popolo dei vicoli non aveva dubbi: il Principe è un alchimista, uno stregone che si dedica nottetempo a esperimenti blasfemi.  Nei laboratori sotterranei del suo palazzo, il principe si dedicò a sperimentazioni nei più disparati campi delle scienze e delle arti, dalla chimica all’idrostatica, dalla tipografia alla meccanica, raggiungendo risultati che apparvero “prodigiosi” ai contemporanei. In virtù della sua concezione prevalentemente esoterica della conoscenza, di Sangro fu però sempre restio a rivelare nei dettagli i “segreti” delle sue invenzioni.