TERZA PARTE

Uno dei più grandi misteri che ancora accompagna il Principe sono due figure, due corpi che si trovano nel sotterraneo annesso alla Cappella in una stanza nella quale campeggiano due grandi teche. Qui sono conservate le cosiddette “Macchine Anatomiche“, due scheletri rivestiti da una intera rete di vene e arterie, solidificate, pare, con un processo di metallizzazione inventato dal Principe e di cui si è perso il procedimento misterioso e segreto (era pur sempre un alchimista…). Avrebbe, si dice, iniettato una sostanza alchemica nei corpi ancora in vita di due servitori, distruggendo l’involucro corporeo e lasciando al liquido il potere di disegnare le vene, le arterie e perfino i capillari, districandosi in esso e consumando la vita ai due. Tale procedimento si doveva al medico Giuseppe Salerno, nato a Palermo nel 1728, docente della Facoltà di Medicina all’Università degli Studi di Palermo, specializzato in anatomia nel 1756 e in particolare in ricostruzioni di scheletri anatomici con scheletri umani, con l’ausilio di cere vegetali, fil di ferro, particolari sostanze metallizzanti, usati della Schola anatomica medica di Palermo. Nel 1756 questa tecnica aveva destato l’interesse del marchese Fogliani, vicerè borbonico della Sicilia, e quindi del re Carlo III e dello stesso principe di Sansevero, figura di spicco tra i gentiluomini del sovrano nel 1758. La prima costruzione a di un cadavere maschile metallizzato suscitò tanto interesse nel principe che prese il dottor Salerno a salario mensile con vitto e alloggio, sistemandolo a Napoli in via dell’infrascata, attuale via Salvator Rosa, nel palazzo vanvitelliano di proprietà del mercante Michele Capurro, in un appartamento in fitto al primo piano con cantina sotterranea. Evitò così che il medico si trasferisse all’Universita degli Studi di Bologna nel 1763. I due cadaveri delle macchine anatomiche sono di una donna di tipo berbero, marocchina morta di parto con accanto il cadavere pure metallizzato del feto, risalente all’anno 1763; quello dell’uomo è invece un algerino non più alto di un metro e settanta, dal ventre gonfio, privo degli organi digestivi come da mummificazione egizia, datato 1765.

cristoSi pensa  che il Principe privilegiasse lo studio dell’alchimia e dell’anatomia umana per raggiungere l’immortalità. Una ricerca che potrebbe averlo portato alla morte, o forse solo follia. In uno scritto di Benedetto Croce compare uno strano racconto. Pare che egli avesse scoperto un elisir prodigioso, capace di dar vita ai cadaveri, e che lo volesse sperimentare su di sé. Così diede ordine ad un servitore di tagliare il suo corpo a pezzi, una volta morto, e di chiuderlo in un baule, in attesa della sua rinascita. Qualcuno, però, aprì prima del tempo il baule: il corpo del Principe si sollevò semivivo, urlò e ricadde subito dopo, definitivamente morto…

Nello stesso periodo in cui ristrutturava la cappella, il Principe di San Severo aderì alla massoneria (che veniva chiamata da alcuni “Libera Muratoria”) e divenuto  “Fratello Massone” si diede da fare affinché a Napoli sorgessero più logge massoniche possibili. Raimondo Principe di San Severo percorse tutti i gradi della gerarchia fino a diventare”Gran Maestro” di tutte le logge napoletane. La loggia da lui fondata si chiamava ”Rosa d’ordine Magno”. Nel periodo di Re Carlo III, sovrano illuminato, si fece promotore degli scavi di Pompei, Ercolano, Paestum che interpretò in chiave massonica, come valorizzazione di valori etici e morali ed esaltazione della democrazia propri del pensiero politico della “fratellanza”. Durante questo periodo iniziarono da parte della chiesa, pesanti filippiche nei confronti della massoneria e persecuzioni striscianti. Da parte sua il Principe di San Severo, per difendersi da questi violenti attacchi scagliati dalle istituzioni religiose (ed in particolare dai gesuiti che vedevano in questa espressione un centro occulto di potere e una minaccia all’egemonia temporale della Chiesa universale di Roma, perché la massoneria giustamente non si caratterizzava solo come centro di fermento culturale, bensì manifestava un acceso laicismo, che a volte poteva sfociare in una forma di ateismo) cercò d’iscrivere alla massoneria anche il Re Carlo III di Borbone di cui era consigliere, come lo era già del Re di Prussica Federico II.

disinganno_cappella_sanseveroNel 1751 salì al soglio pontificio il cardinale Prospero Lambertini, che assunse il nome di Benedetto XVI. Questo Papa, pur essendo simpatizzante della massoneria se non addirittura iscritto, emanò una bolla che scomunicava tutte le logge massoniche, sempre per una questione di potere. Il Principe Raimondo per maggior prudenza spostò anche la sede della loggia massonica che aveva fondato a Palazzo dello Spagnolo ai Vergini, di proprietà dell’amico colonnello Moscati; cambiò perfino i locali del suo laboratorio alchemico, e lo spostò in un palazzo vanvitelliano in via dell’Infrascata – attuale via Salvator Rosa – di proprietà del mercante Michele Capurro, prendendo in fitto un appartamento al primo piano nobile più la cantina. Ciò avvenne dopo l’incendio del 1763 che aveva parzialmente distrutto la sua biblioteca – forse volutamente appiccato per distruggere documenti muratori compromettenti per sé e per il figlio Vincenzo. In quell’appartamentino, dove certamente c’era più areazione rispetto ai sotterranei di Palazzo Sansevero, fece anche alloggiare il suo medico personale, il dottor Giuseppe Salerno, anatomista conosciuto nel 1758 a Palermo.

Il sovrano Carlo III fu costretto ad eliminare tutte le logge napoletane e a bandire la massoneria dal regno di Napoli. Raimondo di Sangro si convinse che per salvare i suoi fratelli massoni era necessario fornire i nomi degli affiliati, che vennero solo rimproverati. Per questo il Principe di San Severo abiurò la sua fedeltà alla massoneria. La stessa famiglia del principe – impaurita dalla censura papale e della abiura del principe – consegnò alcuni elenchi di fratelli massoni al pontefice, e volendo far placare il rumore che si era fatto intorno a questa abiura (che fece temere anche la vendetta di massoni ritenutisi traditi e abbandonati dallo stesso Gran Maestro), distrusse tutto quanto potesse collegare la memoria di Raimondo al mondo occulto. Ne fecero le spese tutte quelle realizzazioni scientifiche che avrebbero potuto di molto affrettare la scoperta di molti ritrovati odierni già ottenuti alchemicamente dal Sansevero.

Nel frattempo i lavori della Cappella Sansevero proseguivano e il Principe si indebitava sempre di più, tanto da obbligarlo ad affittare il suo Palco al Teatro San Carlo, nonché a chiedere ulteriori prestiti a varie banche. Per la cappella di famiglia il Principe commissionò ai maggiori artisti del tempo una serie di capolavori di enorme pregio: statue, bassorilievi ed affreschi ricchi di simboli di complessa interpretazione, riconducibili al criptico linguaggio della Massoneria, a cui egli era affiliato. Tra le opere più famose il Cristo Velato opera dello scultore Giuseppe Sammartino, vero prodigio di raffinatezza artistica, che oggi si trova al centro della cappella, ma doveva essere collocato nella cripta, ove furono invece esposte le macchine anatomiche prima custodite nel palazzo, e poi trasferite in chiesa, forse proprio allo scopo di attirare i visitatori.

pudiciziaNello stesso periodo fu attaccato dal Ministro della Real Casa Bernardo Tanucci, che lo considerava un nemico del Regno solo perché era filo prussiano e per le sue attività e le sue idee. Per sua fortuna lo scudo protettivo di Re Carlo III lo tenne a riparo dalle accuse sviscerali del Ministro Tanucci. Ma nel 1759 Carlo III, alla morte del fratello, dovette abbandonare Napoli per diventare re di Spagna e quindi lasciò il Regno al figlio, l’illetterato, bigotto, ignorante e giovanissimo Ferdinando IV, così che il Ministro Tanucci riuscì ad avere carta bianca per attaccare nuovamente Raimondo di Sangro ed a farlo incarcerare perché nel suo palazzo venne scoperta per l’ennesima volta una bisca clandestina. Dopo alcuni mesi venne liberato per l’intervento della moglie e di altri esponenti dell’alta nobiltà. Per appianare la sua situazione debitoria che ammontava a oltre 220.000 ducati, fece sposare il primogenito alla principessa Gaetana Mirelli, che portò una consistente dote che gli permise  di saldare una marea di debiti e di godere di una rendita mensile. Per rendere onore ai novelli sposi, cioè a suo figlio maggiore e la sua consorte, fece venire un picchetto d’onore dei suoi feudatari pugliesi, con divise particolari ed armati. Questa fu una nuova scusa per farlo arrestare con l’accusa di invasione armata di Napoli. Fu liberato dopo poco tempo e il principe continuò nei suoi studi fino alla morte che sopravvenne il 22 marzo 1771 per avvelenamento, forse per una involontaria inalazione di gas malefici durante un suo esperimento. Fu sepolto nella cappella Sansevero. I suoi familiari, per evitare che i suoi studi finissero nelle mani delle autorità, bruciarono tutti i documenti del principe, inoltre fecero abbattere il passetto sopraelevato tra il palazzo e la cappella, all’interno del quale era stato costruito un altare massonico. I resti del principe, per motivi che non conosciamo, non sono più presenti nel sarcofago.

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