SECONDA PARTE

Raimondo di Sangro, amante dell’arte militare, fu anche colonnello del Reggimento Capitanata e nel 1744 si fece notare nella battaglia di Velletri contro gli austriaci, cittadina che era stata occupata dall’esercito del generale Lobkowitz. Questo permise di conquistare Napoli a Re Carlo e creare la dinastia dei Borboni di Napoli.. Personaggio intelligente e versatile, inventò un nuovo tipo di archibugio ed un sistema che permetteva di sparare un colpo ogni quattro secondi. Tra le sue opere si ricordano un Vocabolario dell’arte militare di Terra (la cui redazione durerà ben otto anni per fermarsi alla lettera “O”), un Manuale di esercizi militari per la fanteria che ottenne il plauso del re Federico II di Prussia, e trattati vari sulle fortificazioni. Fu il primo appartenente all’Accademia de’ Ravvivati (con lo pseudonimo di “Precipitoso”) divenne poi accademico della Crusca con il nome di “Esercitato”,  ed il motto “Esercitar mi sole”. Infine, insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine di San Gennaro, verrà espulso dalla Deputazione della Cappella del Tesoro, per aver pubblicato nella sua famosa “Lettera Apologetica”, una discussione sul fenomeno detto Miracolo del Sangue che si scoglie mettendone in dubbio la qualità stabilita prodigiosa per decreto.

La sua preparazione spaziava oltre gli studi chimici ed alchemici, per cui il suo nome susciterà sempre (anche al giorno d’oggi) dubbi di stregoneria tra il popolino e tra la stessa aristocrazia meridionale prettamente retrograda e, soprattutto, dozzinale e grossolana. Raimondo di Sangro fu non solo scrittore, ma anche editore, tanto che dalla sua tipografia (impiantata nei sotterranei dello Palazzo dove viveva) a Napoli, in piazza S. Domenico Maggiore, uscirono libri sovente censurati dalle autorità ecclesiastiche o pubblicati in modo anonimo con autore sconosciuto. Anche in questa attività non si risparmierà nel compiere esperimenti, tanto che anche egli stesso si vantava di aver stampato più pagine a colori in una sola passata. Qui scrisse il suo capolavoro letterario: la “Lettera Apologetica dell’Esercitato Accademico della Crusca”, dove diffondeva i fermenti innovativi della Massoneria. L’opera fu messa al bando dalla “Congregazione dell’Indice dei libri proibiti” in quanto “eretica”, e neanche la pubblicazione di una Supplica (1753) inviata dal Principe al Pontefice valse a far depennare l’Apologetica dall’elenco. Tra le sue opere viene ricordato un vocabolario dell’arte militare di Terra: un manuale di esercizi militari per la fanteria che ottenne l’encomio del re Federico II di Prussia.  Dalla sua tipografia uscì anche l’opera “I viaggi di Ciro” dello scozzese Michel Ramsay (massone e iscritto alla stessa loggia del Montesquieu), in cui si spera che la nobiltà napoletana sia più attratta dall’illuminismo e meno vincolata a quel anacronismo che era il feudalesimo meridionale; altra opera che uscì dalla mitica tipografia del principe fu “Il riccio rapito” dell’inglese Alexander Pope, anch’egli scritto alla massoneria. Ma soprattutto  fu edito  “Il conte di Gabalis ovvero ragionamenti sulle scienze Segrete dell’abate francese Villars de Mounfaucon”. Questa pubblicazione, per il suo argomento esoterico, causò al principe un’accusa di blasfemia da parte dei gesuiti che lo costrinse ad abiurare l’opera negando fosse uscita dalla sua tipografia.

portaleDeluso e amareggiato, di Sangro si gettò nella realizzazione del progetto iconografico della sua Cappella: venivano così alla luce capolavori come la Pudicizia, il Cristo velato, il Disinganno, esecuzioni materiali ancora avvolte nel mistero. Due di esse infatti sembrano coperte da un velo trasparente di marmo che però è omogeneo con la statua sottostante, mentre la terza statua è coperta da una rete di marmo apparentemente posta successivamente ma anch’essa perfettamente omogenea con il manufatto. Una delle ipotesi, da parte degli estimatori moderni del Principe, è che si tratti del risultato di un procedimento da egli inventato  per “marmorizzare” un tessuto. Nello Archivio Notarile di Napoli è stato rinvenuto il contratto tra il Principe e Giuseppe Sammartino (1720-1793), scultore e artista famoso per la sua abilità. In questo contratto egli si impegna ad eseguire l’opera di una “statua raffigurante Nostro Signore Morto al Naturale da porre nella cappella Gentilizia del Principe,  un Cristo Velato steso sopra un materasso che sta su un panneggio e appoggia la testa su due cuscini, apprè del medesimo vi stanno scolpiti una Corona di spine tre chiodi e una tenaglia”; il Principe si impegnava altresì di procurare il marmo e realizzare una “sindone, una tela tessuta la quale dovrà essere depositata sovra la scultura, dopo che il Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposta al telo; Il quale strato di marmo da usa idea, farà apparire per la sua finezza il sembiante di Nostro Signore dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua”.  Il Sammartino si impegnava inoltre a ripulire detta ‘Sindone’per renderla un tutt’uno con la statua stessa. E a non svelare a nessuno la ‘maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricovrente la statua”. Essi concordarono che l’opera sarebbe stata  attribuita al Sammartino.

Altra Statua ermetica presente nella Cappella, è  “Il Disinganno” del Queirolo, in cui vediamo che una fitta rete avvolge un uomo (suo padre) che si dibatte tentando di liberarsi, e accanto a lui un genio alato (il LUME) che gli sta indicando il cammino da compiersi: il piede scalzo poggia su un globo (il mondo) che raffigura l’ignoranza terrena per confluire verso la sapienza propria degli Illuminati. Simbologia che rappresenta l’Uomo che deve liberarsi dalla rete del peccato e dell’illusione per ottenere il controllo di se stesso, finalmente purificato e perfetto. Con il Cristo velato e il Disinganno, la Pudicizia forma la terna d’eccellenza artistica della Cappella Sansevero. Il monumento è dedicato da Raimondo di Sangro alla memoria della “incomparabile madre”, Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, morta il 26 dicembre 1710, quando Raimondo non aveva ancora compiuto un anno. La Pudicizia fu realizzata nel 1752 dal veneto Antonio Corradini, scultore di fama europea già al servizio dell’imperatore Carlo VI a Vienna. L’artista, che pure aveva scolpito altre figure velate, raggiunge qui un altissimo grado di perfezione nel modellare il velo posto sul corpo della donna con eleganza e naturalezza, come se il vapore esalato dal bruciaprofumi contribuisse a rendere umido e straordinariamente aderente alla pelle lo strato impalpabile, cinto da un serto di rose.  La cappella dei Sansevero, ha un affresco dai colori rimasti intatti e questo da quasi tre secoli, senza bisogno di alcun restauro, grazie, pare, alle sostanze usate dal Principe e ancora oggi sconosciute. Da alchimista, esercitava spesso l’arte di “sciogliere e coagulare” la materia, tanto da ottenere un particolare mastice per cornicioni, capitelli e statue, capace di restituire notevoli effetti plastici.  Scrive Gennaro Aspreno Galante, fonte assolutamente attendibile nel 1872: “egli costruì il cornicione ed i capitelli dei pilastri con un mastice da lui formato che parea madreperla …”

amordivinoNon tutti sanno che la zona sulla quale sorge il tempio della Pietà dei Sangro faceva parte del quartiere nilense, abitato dagli Alessandrini d’Egitto, dove, nel tempio, si venerava la statua velata della dea Iside.  La cappella, questo fondamentale Libro di Pietra, della conoscenza, sorge quindi sul luogo scelto dai primi sacerdoti alessandrini custodi della tradizione egizia di Neapolis. Nel suo palazzo, legato da un passaggio aereo (oggi purtroppo distrutto e dal quale si scendeva nella cappella), il principe volle la sua officina di alchimista-scienziato. Essa fu costruita nel 1590 nel giardino del palazzo della famiglia dè Sangro – al quale era collegata da un cavalcavia che rovinò nel 1889 – per volere di Gian Francesco, per ospitarvi le tombe di famiglia. Rinnovata dal figlio Alessandro nel 1608-’13, fu decorata da Raimondo. In tutta la Cappella ci sono, infatti, stupende sculture che raffigurano i personaggi della nobile famiglia ognuna con un proprio elogio, oltre a marmi policromi ed affreschi (la “Gloria dello Spirito Santo”) eseguiti da Francesco Maria Russo nel 1749 per ornare la volta, e che da allora non hanno mai necessitato di restauro

Si dedicò alla cappella con tanto entusiasmo dissanguando le sue finanze, tanto che fu costretto ad affittare alcune stanze del suo palazzo come bisca clandestina.  Per questo comportamento poco ortodosso fu rinchiuso nel carcere di Gaeta, per qualche mese. Nella piccola chiesa o meglio la Cappella gentilizia della sua famiglia, si possono notare forti influssi massonici ed allegorici per i quali possiamo definirlo una grande espressione del barocco napoletano.

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