Dall'” Officina delle parole” , laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso la libreria Iocisto,  i nostri auguri a modo nostro.

Differenti priorità

Maria Grazia Gugliotti

Quella sera non vedevo l’ora di rincasare presto pregustando l’idea di preparare l’albero di Natale.

Piovigginava, quale atmosfera migliore..

Con entusiasmo iniziai ad aprire tutte le scatole, dove l’anno prima avevo conservato le palline, le luci e tutti gli addobbi.

Tirai tutto fuori con la gioia tipica dei bambini e prima di mettermi all’opera, andai in cucina e misi su la macchinetta del caffè.

Mentre attendevo che il profumo inebriasse tutta la casa, non feci nemmeno in tempo a posizionare la prima pallina in cima all’alberello che squillò il telefono.

Pensai: <<Chi sarà ora? Proprio ora..>>, forse avrei dovuto staccarlo subito, appena entrata in casa. Alzai la cornetta speranzosa che non fosse nessun seccatore, ma mi sbagliavo.

Era Marzia che aveva litigato col marito e singhiozzando iniziò a raccontare l’ultima malefatta di Giorgio, senza nemmeno chiedermi se per me quello fosse un buon momento.

Non potevo certo liquidarla: era una cara amica in difficoltà.

La telefonata durò un’ora, ci volle tutto il mio conforto per tirarla su; interruppi soltanto per una manciata di secondi per andare a spegnere il fuoco sotto alla macchinetta del caffè e, quando finalmente ci salutammo, staccai frettolosamente la spina. Il caffè per fortuna era ancora caldo, lo sorseggiai con un bel respiro di sollievo pensando di potermi finalmente dedicare all’unica cosa che desiderassi quell’otto dicembre: preparare il mio albero di Natale.

Riuscii ad addobbarlo con una ventina di palline, osservando gli svariati  riflessi che assumevano per effetto della luce del lampadario.

Misi su un cd di Pino Daniele e continuai con le palline fino alla base.

All’improvviso bussarono alla porta.

Aprii incuriosita.

Era il nipote della vecchietta che abita sul mio pianerottolo: la nonna si sentiva male.

Angosciato chiedeva il mio aiuto.

Non potevo certo negarglielo, era un ragazzo cortese e la vecchietta era mia vicina di casa da sempre.

Lasciai tutto, misi le scarpe velocemente, presi il giubbotto, le chiavi e la borsa e mi precipitai dalla vecchietta che effettivamente era troppo pallida.

Non mi sembrava il caso di intervenire senza aver chiamato un medico, il nipote era anche minorenne.  Occoreva un pronto soccorso. Senza pensarci due volte chiesi al ragazzino di darmi una mano a trasportare la nonna fino alla mia auto per accompagnarla in ospedale.

I medici ci rassicurarono: si era trattato soltanto di un calo di pressione.  Con le cure del caso, la vecchina si riprese rapidamente e, dopo un’ora, potemmo tornare a casa.

Ma quando avevo deciso di tornare al mio albero –  mi sembrava sempre più un’impresa disperata –  nonna e nipote mi chiesero di restare a fargli  un po’ di compagnia almeno per una mezz’oretta.

<<Sa com’è>> mi sussurrò la vecchietta avvicinandosi al mio viso e fissandomi negli occhi <<mio nipote si è spaventato, in fondo ha solo tredici anni, ha avuto paura, lo so>>.

Le sorrisi, capii che aveva ragione e mi trattenni con loro per più di un’ora.

Ritornai a casa alle 23.30.

Ero stanca più di quando ero rincasata.

Guardai l’alberello ancora mezzo spoglio, non c’era più tempo.

Molto probabilmente qualcuno lassù mi aveva scelto per aiutare chi aveva  le decorazioni natalizie come ultimo pensiero.

A quel punto il mio piccolo e incompleto alberello poteva anche aspettare un giorno in più.

Spensi tutto e andai a dormire contenta di una gioia diversa.

 

Verso l’Epifania con una fiaba …

 

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La stella li condusse a Lui….

Anna Maria Cacciatore

C’era una volta l’Oriente, un lontano paese fatto di tante terre dagli strani nomi, Nubia, Tharsis, Egriscula, Godolia, Saba. Esse erano governate da re, dai nomi altrettanto strani: Melchiorre, Gasparre, Baldassarre.

Li chiamavano anche Magi, perché praticavano l’antica scienza dei Magù, una tribù che celebrava pratiche magiche, astrologiche e divinatorie, molto diffuse nel mondo persiano. Nei loro paesi c’erano oro, gemme, aromi preziosi e spezie in quantità, ma la popolazione era povera, poverissima, perché a godere di questi beni erano in pochi: i Re e gli amici dei  Re. Questi ricconi avevano capito ormai che la situazione non era più sopportabile; bisognava cambiarla, fare qualcosa per questi poveri sudditi, bisognosi di tutto. Da soli non sapevano come risolvere la questione, ecco perché questi Re aspettavano, come tanti, la nascita di un Messia che – si diceva – avrebbe portato giustizia e pace a tutti gli uomini di buona volontà.

Finalmente questo momento arrivò, la notizia della nascita in terra di Palestina di un bambino speciale si sparse in tutto l’Oriente, ma i Re Magi non conoscevano la strada per arrivare a Betlemme. Dovevano fare un lungo cammino sui cammelli, superando deserti, ricchi di dune.

Erano preoccupati, ma mentre pensavano alle difficoltà del viaggio, ecco spuntare una luminosissima stella cometa: capirono che dovevano seguirla. Sarebbe stata la sua luce a guidarli. Cammina, cammina, lunga fu la strada che li portò ad attraversare luoghi solitari, ma bellissimi, resi più belli dal chiarore della cometa.

Finalmente arrivarono a Betlemme e quale meraviglia quando la stella si fermò all’altezza di una povera stalla! I Re Magi stupefatti si avvicinarono alla mangiatoia per depositare oro, incenso e mirra, i loro doni; e lì adagiato trovarono un neonato dagli occhi splendenti. Subito capirono che il Messia era un re speciale che non aveva bisogno di una reggia per affermare il suo potere.

La povertà di quella nascita era per i Magi venuti dall’Oriente il segnale che aspettavano per poter cambiare la situazione dei loro popoli. Dovevano smettere di essere re ricchi e superbi, dovevano diventare come il piccolo bimbo Gesù, pronti a dare agli altri i beni accumulati da secoli dai loro antenati.

I doni, che avevano portato con loro per il nuovo re, a quel punto sembrarono inutili. A che potevano servire l’oro, l’incenso, la mirra, se la scelta di povertà era stata così chiaramente compiuta da quel bimbo dagli occhi splendenti, dalla luce simile a quella della bella stella cometa?

 

Verso l’Epifania con un sorriso…

È andata un po’ così

Federica Flocco

Sono sempre stata profondamente convinta che la stella co“meta” non avesse una “meta” precisa e che i re magi, neanche sapessero di dover affrontare quel cacchio di viaggio, in bilico tra l’esoterico e il mito, prima di farsi i bagagli ed emigrare. Sapete come succede, quando succede? Insomma, mi piace immaginare che sarà successo che, squartata a Natale la gallina da mettere nel brodo, le viscere si saranno disposte dispettosamente e magari, sol per scherzo, avranno indicato la via di Betlemme, mentre quelli, sotto l’egida di mogli impertinenti, avranno sentito forte e chiaro il richiamo a fuggire per qualche giorno, scappando da zie, parenti e regali inutili. “Nenne’” avranno detto all’unisono, qui si è mangiato pesante, dobbiamo camminare un Pocho. (Eh, Pocho, Pocho, con l’h che da quando Lavezzi se ne è andato a noi napoletani non ci riesce di dimenticarlo). Quelle, tra il felice e il sorpreso per l’inaspettata buona notizia, avranno alzato gli occhi al cielo per ringraziare Dio che non avrebbero cucinato, almeno per quel capodanno, ed ecco qui che avranno visto la stella cometa. “Uuuu, Magio, guarda lì quant’è bellella, che stella sarà”? Melchiorre, il più figo di tutti, avrà colto al balzo l’occasione e ricordandosi di Gilda, la palestinese bona, conosciuta in crociera l’anno prima, avrà detto con tono fermo e perentorio “È la stella cometa”. “Stella che”? Avranno chiesto le donne in coro. “Cometa, Co“meta”, Come ta, come te, come è è, è la stella mandata dal divino perché la si possa seguire per trovare la strada”. “Magiooooo”, avrà allora urlato una moglie meno avvezza delle altre alla visone salvifica delle corna e a cui, dunque, non andava di essere presa per il lato b proprio il giorno di natale. E via di gomito nelle costole, per essere subito zittita, dalla compagna che le avrà indicato furtiva la cucina inondata da pentole e piatti. “Statt zitta né, mi pari a sora scema e stu . . . emmmm. Mi pari a sora scema. Zitta, falli ì”. “Adieu, aufidersen, cià, iatevenne”. Pantofole e piedi sulla sedia, mentre la gallina destinata la primo gennaio avrà riso a trentadue denti. È così che Melchiorre, Baldassarre e Gaspare si saranno messi in viaggio. “Tu che ti si purtato?” avrà chiesto uno agli altri. “Ah, io l’oro”, avrà risposto un magio. “Brà!!! Uà fratè tu si che sì giusto!”.” E tu?” “Io l’incenso” “E tu?” “EEEEEE, io la MIRRA”. “E non ci posso credere!!!!!! No, non ci posso credere. Site dui scieme. Incenso e mirra e camma fa?” “Recenti studi hanno dimostrato che la mirra ha effetti antidolorifici sui topi”. “Ah, allora iamm buon perché te struppeo e mazzate”. “Vabbuò, in verità io agg purtat a birra, non lo dicite a nessuno, fatecelo credere ancora”. “Si, si è mirra, è mirra. È più di tono”.

Fu così che bevendo e camminando arrivarono a Betlemme, dove la puerpera, dalle unghie lunghe e rosse  tentava inutilmente di mungere la mucca, san Giuseppe si toccava le corna chiedendo all’angelo di scendere dal presepe e spiegargli come era andata questa roba dell’immacolata concezione e Gesù piangeva irritato dall’alito a topo morto dell’asino. Fu un attimo e l’otre di birra finì nella mangiatoia a mò di ciucciotto. I re magi si inginocchiarono davanti al miracoloso silenzio e giurarono amore eterno. Gilda sta ancora aspettando.