Aspettando il Natale… i racconti dell'”Officina delle parole”, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso Iocisto, la libreria di tutti.

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Natale a Napoli

Anna Maria Cacciatore

“Si sente già nell’aria il Natale che arriva”, pensò Mattia girando per le strade del centro: le prime vetrine addobbate, le prime luminarie, le prime decorazioni, insomma tutto l’armamentario solito per ricordarci che Natale, la festa che si aspetta tutto l’anno, è vicino: fra pochi giorni l’Immacolata, poi Santa Lucia ed eccoci alla Vigilia e alla messa di Natale. A Mattia quell’atmosfera particolare creava sentimenti ambivalenti: da un lato gli sembrava tornar bambino con quel senso trepido dell’attesa, dall’altra si scatenava in lui una voglia di fuga da tutto quel cerimoniale che lo costringeva a riti spesso obbligati e vuoti. Ecco per lui, come per tanti, questo era un periodo destabilizzante che obbligava a bilanci spiacevoli che lasciavano l’amaro in bocca e intristivano ogni anno di più! La verità era che si sentiva solo e a Natale questa sensazione si acuiva, diventava insopportabile.

Quest’anno poi sarebbe stato più difficile ancora, lo sapeva, perché il mondo sembrava impazzito: venti di guerra dovunque, attacchi terroristici in Europa e altrove, una paura diffusa a cui si sarebbe sovrapposta una momentanea rimozione, riempita  da un luccicore falso e ingannatore. Camminando per la strada incontrava giovani di colore che chiedevano l’elemosina e che con voce cantilenante dicevano : “ Ho fame … Ho fame..” Ecco, agli angoli, lungo i muri, la visione del dolore del mondo, la litania di uomini “umiliati e offesi”, a cui nulla si poteva dare se non qualche spicciolo e nel migliore dei casi un sorriso. Di nuovo quel desiderio di fuga, ritrovarsi d’un tratto al dopo Epifania, quando almeno non sarebbe più stato necessario fingere.

Mattia pensò che doveva fare qualcosa per vincere questo stato d’animo, per scacciare questi neri pensieri: decise di cambiare il suo itinerario alla volta di San Gregorio Armeno, la strada dei presepi e dei pastori. Voleva far prevalere la sua anima bambina, tuffarsi in una delle strade di Napoli in cui si avverte di più il Natale nella sua rappresentazione più autentica, con tutti i figuranti di un mondo semplice, dai pastori musicanti a Benino addormentato, a Ciccibacco sul carretto.

Arrivò infreddolito, ma lo spettacolo colorato, vecchio e sempre nuovo, di tutte quelle statuine gli comunicò un po’ di calore e, perché no, di stupore gioioso soprattutto perché si accorse che tra esse c’era anche qualche pastore dal viso scuro, uguale a quello dei giovanottoni che incontrava agli angoli della strada con la mano stesa.  Sentì che il presepe era uno spazio accogliente come accogliente era il ventre di Napoli, la Magna mater, che da secoli tramanda una società meticcia, dove le culture e il sangue si mischiano, senza muri e paure. Comprò qualcuno di quei pastori per portarseli a casa e con loro un pizzico di speranza. Chissà, forse era per questo, pensò, che Eduardo in casa Cupiello, il presepe non lo faceva mai finire…

Anna Maria Cacciatore è docente di Italiano e Latino, poetessa e appassionata lettrice, ha deciso di sperimentare la scrittura narrativa, partecipando all’”Officina delle parole” con entusiasmo e perizia. Questo è il suo racconto di Natale.

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I soldatini di papà

Stefania Squillante

Il vialetto su cui Joseph camminava per raggiungere l’autobus giallo era pieno di foglie secche. Come ogni mattina, salutò la signorina Moonre al volante e raggiunse i suoi compagni. Quel giorno era molto triste perché il suo papà, che era un soldato, era appena partito per una missione.

Il giorno precedente Joseph aveva iniziato a piangere fin dalla mattina, non appena ebbe visto suo padre prendere i borsoni verdi dal garage. Quando ricomparivano i borsoni era arrivato il momento di salutarsi.

Il papà allora lo condusse in soffitta e gli consegnò una piccola scatola. Dentro c’erano decine di soldatini, con divise di vari colori «rappresentano tutte le forze armate americane in ogni tempo» gli spiegò.

Joseph guardava estasiato le statuine colorate, dalle forme precise, in diverse fogge e posizioni. Una, che divenne la sua preferita, aveva la divisa identica a quella di papà.

«Giocaci quando sentirai la mia mancanza. Te li affido. Divertiti»

Ma quel giorno niente riusciva a consolare Joseph, neanche Robert.

Robert era il suo amichetto del cuore, un bimbo dalla chioma scura, pieno di lentiggini, che iniziava ad annoiarsi: gli aveva proposto più volte di giocare, prima a palla, poi sull’altalena, quindi con un piccolo videogioco che portava di nascosto a scuola, ma non ci fu verso, così alla fine urlò «Oggi non ti sopporto!»

Joseph reagì, urlando anche lui «mi manca il mio papà!»

«Tu perlomeno hai un papà!»

Robert tirò un calcio a un sasso, si allontanò e non si avvicinò più durante la giornata, soltanto nell’autobus scolastico gli rivolse di nuovo la parola.

«Joseph… senti … lo so che non è colpa tua».

Quando Joseph scese dall’autobus  vide che la mamma era intenta a sistemare le decorazioni natalizie esterne: un pupazzo di neve luminoso, luci alle finestre, una renna e un Babbo Natale appoggiati vicino ai cespugli, perfino un proiettore che illuminava la parte bassa della casa con immagini in movimento. Era quasi sera e tra poco tutto sarebbe stato molto bello.

«Ti piace, tesoro?» domandò la mamma.

Joseph fece cenno di sì per non deluderla ma pensava che non c’erano paragoni con le decorazioni sul tetto che sistemava lui con papà.

Quella sera dopo cena giocò a lungo con i soldatini, poi andò a letto. Appena spense la luce gli tornarono in mente le parole di Robert. Il suo migliore amico non aveva più il papà, gli sembrava impossibile. Si girò e si rigirò nel letto ma non riusciva a prendere sonno fino a quando non strinse a sé il soldato con la divisa dell’esercito identica a quella di suo padre. Al mattino ebbe un’idea: se anche Robert avesse potuto stringere un soldatino forse si sarebbe sentito meglio.

Balzò giù dal letto e corse alla scatola, spostò metà della collezione nella cartella. A scuola la consegnò a Robert.

«Sei il miglior amico del mondo!»

L’umore di Joseph tornò quello allegro di sempre anche se di tanto in tanto gli veniva la nostalgia del papà soprattutto di sera, quando c’era quiete nella casa.

Passarono diversi giorni, era quasi arrivato il giorno di Natale.

Di mattina presto si svegliò di soprassalto udendo la voce di mamma che diceva «un po’ più a destra, tesoro»

«Va bene così?»

Ma quella voce? No, non poteva sbagliare, quello era il suo papà!

Si alzò di impeto dal letto e corse alla finestra. I suoi genitori stavano fissando le luci sul tetto. Joseph saltò giù in fretta e furia, uscì dalla porta e volò in braccio a suo padre, nel frattempo sceso dalla scala, al grido «Papà! Papà sei tornato!»

«Ti avevo promesso che saremmo stati insieme per Natale, piccolo uomo, dopo colazione giocheremo con i soldatini, ti va?»

Joseph senti come un’esplosione nel petto, per la prima volta gli venne in mente che quei soldatini li aveva praticamente in prestito, forse non poteva farne proprio tutto quello che voleva.

«Papà, alcuni li ho dati via»

Joseph spiegò quello che aveva fatto, alla fine suo padre lo strinse e gli disse.

«Sono orgoglioso di te, piccolo uomo»

Non sei arrabbiato, allora?»

«E perché dovrei? I soldatini servono a questo, a far giocare i bambini» il papà abbracciò Joseph.

«Perché non inviti il tuo amico qui il giorno di Natale?»

«Davvero posso?» Chiese Joseph guardando mamma e papà

«Certo tesoro, chiamalo subito» disse la mamma.

E così a Natale vennero Robert, sua madre e suo fratello. Robert aveva portato un trenino elettrico che a Joseph piacque tanto.

Iniziarono a giocare sotto il grande albero di Natale che splendeva di mille luci. Quella sera Joseph andò a letto più tardi del solito e suo padre lo raggiunse nella sua stanza per rimboccargli le coperte.

«Sei felice, piccolo uomo?»

«Oh papà questo è stato il Natale più bello!»

Si interruppe per un attimo pensieroso.

«…non sei arrabbiato, vero?»

«Per i soldatini vuoi dire?»

Joseph annuì.

«Beh ora ti spiegherò una cosa: c’è una grande felicità nel donare. E credo che tu questo l’abbia già imparato. Quando ti separi da qualcosa per il bene di un tuo amico o di una persona che ami, non diventi più povero ma molto più ricco. Come con i soldatini. All’inizio c’erano soltanto dei soldatini tristi in una vecchia scatola, ora grazie alla tua generosità ci sono ancora tutti quei soldatini ma ci sono anche due bambini felici. È questo il miracolo del dono»

Joseph strinse suo padre e si addormentò.

Stefania Squillante è autrice del romanzo L’amica bella, (ed. Centoautori, 2008) e di molti altri racconti. In Officina da tanti anni, instancabile operaia della parola. Questo è il suo racconto di Natale.

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