Il racconto dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano, presso Iocisto la libreria di tutti, è di Nunzia d’Amore. Potrebbe avere un risvolto sentimentale un incontro che resta sospeso in un’atmosfera magica. L’episodio in realtà diventa uno spunto per raccontare Napoli e una sua “meraviglia”.

Un incontro in biblioteca di Nunzia d’Amore

In una bella mattina assolata, decido di andare a via Duomo. Avevo sentito parlare dei Girolamini: la biblioteca ricca di manoscritti, oltre 500 che raccontano della cultura napoletana, italiana e mondiale, i 185mila volumi e i chiostri, le cappelle, la pinacoteca ricca di quadri di gran valore artistico custoditi nelle quattro storiche sale ne fanno un vero gioiello. Come non visitare questa perla.

Attraverso via Duomo, di domenica era alquanto deserta. All’altezza della Cattedrale del Duomo, di fronte, ecco i Girolamini. Bisognava salire solo poche scale ma al pensiero che erano state percorse dai più grandi maestri compreso Giambattista Vico , mi fermai. Qualcuno  alle  mie spalle mi spinse leggermente e disse: “Signuri’, jat, nu’ ‘vi mettit appaura”. Mi voltai e vidi un uomo che con viso incoraggiante e partecipe di quello che aveva detto, mi incitava a entrare. Lo feci. Il luogo non era molto illuminato, si intravedevano pesanti armature appartenute a indomiti cavalieri e stemmi di famiglie nobili. In questo contesto cavalleresco, vidi venire verso di me un uomo alto, robusto, vestito elegantemente, con un atteggiamento cordiale. Mi domandai chi fosse, forse un nobile. Mi sentivo leggera come se fossi entrata in un sogno in punta di piedi. La sua voce affascinante mi illustrò tutte le meraviglie di un luogo che aveva attraversato i secoli, dove l’amore per la cultura aveva dato i suoi frutti: la conservazione di un patrimonio inestimabile. Salimmo al primo piano per raggiungere la Quadreria collocata in alcune sale del Convento e a cui si accede tramite il chiostro degli aranci. Mi condusse nella pinacoteca dove ammirai le opere seicentesche della corrente naturalistica di Battistello, Ribera, Stoner. E che dire delle opere del classico e barocco napoletano e emiliano di Stanzione, Giordano, Gessi, Reni. Si poteva facilmente essere colpiti dalla sindrome di Stendhal. Seguivo con attenzione le sue spiegazioni ma dentro di me la curiosità di sapere qualcosa in più di quell’uomo così cortese non mi lasciava, mi frenava solo la mia timidezza. L’uomo mi disse che ero stata fortunata perché la Quadreria, che risaliva al 1995, era di recente apertura risale dopo essere stata chiusa per quindici anni per il terremoto del 1980. “Ho letto che c’è una biblioteca favolosa, di quattro sale”, e lui continuò enumerandole:”La sala Vico, Croce,  Ferrara e quella del Camino”. Il suo volto si rabbuiò. Compresi che la notizia che mi doveva dare non sarebbe stata delle migliori. Sollevò il capo e disse: “Ề purtroppo chiusa da tempo e versa in stato di degrado, verso la fine degli anni settanta Gerardo Marotta chiese ed ottenne di collocare alcuni libri ed attività dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici ma il terremoto non permise la realizzazione del progetto”.”Perché non abbiamo più coscienza del valore inestimabile della cultura. Non mi sembra di aver mai letto di un abbandono dei tesori artistici in passato. Noi stiamo solo ereditando, dobbiamo solo custodire e curare perché non vadano in disfacimento o sottratti”. La mia asserzione fu alquanto profetica. L’uomo annuì. Ci dirigemmo verso l’uscita e lui mi fece notare una curiosità: ”L’uscita principale è su via Tribunali, sul Decumano Maggiore. Ề transennata e coperta da impalcature da prima degli anni ’80.”

Ci salutammo e, a distanza di anni, non so o non mi ricordo il suo nome.