Anche questa settimana un racconto sui migranti. Parole, immagini, declinazioni differenti di un dramma che interroga tutti.

Momo di Anna Maria Cacciatore

Lo incontro tutte le volte che vado alla Feltrinelli di Modena, in una via tranquilla e silenziosa. Se ne sta sulla porta con i suoi libricini in mano che timidamente propone a chi pensa sia interessato alla lettura, dal momento che sta entrando in una libreria. È un ragazzone alto, come i tanti che s’incrociano nelle nostre strade chiedendoti qualche moneta e chiamandoti “Mama”. Ha però qualcosa di diverso nello sguardo: non la mortificazione rassegnata o rabbiosa, ma l’orgoglio di una identità, di una cultura antica, racchiusa in quei racconti africani. I suoi occhi d’umida dolcezza mi obbligano a fermarmi ogni volta, ad aprire quei piccoli libri colorati, a capire che di fronte a me c’è un uomo giovane con una sua storia che io posso solo immaginare, con una dignità a cui non vuole rinunciare: non chiede, ma dà. Dà le uniche cose che non gli sono state tolte: le figure e le parole della sua gente, le favole con cui generazioni di bambini africani sono cresciuti in fantasia e saggezza. L’ultima volta che l’ho visto mi è sembrato d’incontrare un vecchio amico e, prendendo coraggio, gli ho chiesto il suo nome.”

Mohammed- mi ha risposto- ma tutti mi chiamano Momo: è più facile e più breve. Anche mia madre mi chiamava così, quando vivevamo in Africa, insieme, prima della mia partenza.”

Non gli ho fatto altre domande, perché la sua voce triste portava con sé l’eco di abbandoni dolorosi, di separazioni cruente, di terre e mare attraversati nella paura. È inutile dirvi che oramai ho una vera e propria collezione dei libricini di Momo che fanno una bella figura sui miei scaffali, sfogliati di tanto in tanto dalla curiosità dei miei nipoti, stregati dalle meravigliose forme di animali lontani e misteriosi.