Ogni settimana un racconto dell’Officina delle parole, laboratorio di scrittura creativa di Vincenza Alfano presso la libreria Iocisto.

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Questa è la volta di Annalisa Pesiri che attraverso un dettaglio ci porta con delicatezza nella sofferta storia intima del personaggio. Una donna, una bambola, la sua bambola.

 

La donna che pettinava le bambole

Annalisa Pesiri

L’autobus per piazza Garibaldi è molto affollato. Cristina appoggia la fronte contro il finestrino, voltando le spalle all’apertura ritmica delle portiere e alla giostra frenetica di salite e discese. Rimane quieta, indifferente.

Come una bambola.

Uno che vende calzini, appena montato, non smette di recitare il suo copione, facendosi strada a spintoni. Cristina gira appena la testa e lo guarda impassibile, assente: le mani in grembo, gli occhi di vetro.

Come una bambola.

Il viso continua a scivolarle sul petto. Il caldo umido della vettura le fa venire sonno ma lei, con uno scatto astioso, prova a raddrizzarlo. Tra poco deve scendere. Ề quasi a casa di una delle sue signore.

In Polonia, era difficile svegliarla. Da bambina, si tirava le coperte sulla testa, ancora cinque minuti, ignorando la voce secca di sua madre. Solo cinque minuti per rientrare in un sogno scolorito dalla luce obliqua del mattino. Sempre lo stesso.

La sua bambola.

L’aveva desiderata tanto. Una di quelle che sembrano vere, con gli occhi che si aprono e si chiudono e lunghi capelli morbidi, ondulati, da pettinare.

Una volta sposata, dormiva sonni di pietra. Fabbrica, strada, casa. Quattro figli piccoli, un marito che beve forte. Ore in coda per la carne, per il latte o per il pane.  Non sognava mai. Rimaneva a letto a fumare, la mattina. Cinque minuti soltanto. Faccia gonfia, schiena dura contro il cuscino.

Ogni tanto le tornava in mente la sua bambola.

Il padre, alla fine, gliene aveva portata una da Cracovia. Di legno, con un fazzoletto blu incollato alla testa, da cui usciva una frangetta corta di capelli disegnati e due bottoni cuciti al posto degli occhi.

L’unica bambola che avesse mai avuto.

A casa della signora del martedì, Cristina fa tre ore. La prima stanza da pulire è quella dei bambini. Un labirinto di fogli di carta, libri, maglioni, matite colorate. Qualcuna anche sul parquet, insieme a un arcobaleno di mattoncini Lego. Bisogna cominciare subito. Su uno dei due letti c’è un cumulo di vestiti, i telecomandi dei videogiochi, un fumetto ancora aperto. L’altro è gonfio di coperte avvolte intorno a qualcosa. Sarà uno dei cuscini, finito lì sotto dopo chissà che battaglie. Stancamente, Cristina si avvicina, lo scopre. Fa un salto: due occhi spalancati d’azzurro, orlati da minuscole ciglia, la fissano. Una massa di capelli lunghissimi, biondi, forma soffici onde sul lenzuolo stropicciato.

E’ una bambola. Una bambola grande.

Cristina si lascia cadere sul letto. Poi lentamente, molto lentamente, accarezza i capelli della bambola, pettinandoli in due trecce perfette.